Covid e recessione in America Latina

***di Livio Zanotti, 20 giugno 2020 – Dei quasi 460mila morti di coronavirus contabilizzati ufficialmente dal John Hopkins e registrati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sul nostro pianeta, oltre la metà sono sul continente americano, da un polo all’altro. Centomila in America Latina: Brasile, Messico, Cile, Perù e Bolivia i paesi nell’ordine più colpiti. Sono quelli i cui governi hanno scelto di privilegiare l’economia, evitando quarantene nazionali e rigorose che avrebbero inevitabilmente frenato la produzione. Ma che hanno finito per compromettere la salute e la vita dei cittadini senza salvarne le tasche. Ai lutti si sommano infatti forti recessioni nei rispettivi PIL. I consuntivi, niente affatto conclusivi, appaiono disastrosi.

L’intero subcontinente veniva da 6/7 anni di crescita molto ridotta, la minore dal 1950. La totalità delle economie della regione vive soprattutto della loro capacità di esportare di materie prime: agricole, minerarie ed energetiche. Già logorate dalla caduta dei commerci internazionali a causa della guerriglia doganale tra Stati Uniti e Cina, la pandemia le ha colpite in una congiuntura debolissima, tra la stagnazione e la recessione. La CEPAL e la Banca Mondiale prevedono che per quest’anno i loro PIL cadranno dal 6,4/6,8% del Messico e al 6,5/6,8% del Brasile al 3,8/4,1% della Bolivia.

Tagliando in Brasile la capacità d’acquisto del 92,2% della popolazione, in particolare le fasce meno abbienti, che costituiscono il 16,4 dei 212 milioni di brasiliani. Messico (96,6%), Cile (96,4%), Perù (93,7%), Bolivia (85,6%) seguono stime proporzionalmente analoghe, che lasciano indenni quando non perfino avvantaggiate rispetto alle condizioni precedenti solo le rispettive, ristrettissime élites (tra il 4 e il 7% delle popolazioni). Con problemi crescenti di indebitamento, conseguenti difficoltà di finanziamento dei deficit di bilancio, quasi impossibili nuovi investimenti di rilievo e prospettive di recupero progressivo solo a partire dal 2022.

Emblematico il caso del Perù, oltre 32 milioni di abitanti, che dopo anni di forti turbolenze cominciava a stabilizzare il quadro politico-istituzionale e quello economico. Ma si trova a fare i conti con un’economia per due terzi informale, lavoro nero, impieghi senza diritti, gli aiuti sociali dello stato che sono insufficienti (220 USD in 3 mesi ai più necessitati). In un simile panorama, non deve sorprendere se pur lontano dall’esaurirsi il pericolo dei contagi a somma geometrica portato dal coronavirus, molti paesi apriranno le già allentate quarantene (in alcuni casi mai davvero applicate seriamente).

Nella grande maggioranza dei casi, i dati sul lavoro precario indicano la quantità delle persone che se non escono per trovarsi un qualsiasi impiego occasionale, in casa nessuno mangia (letteralmente). I governi sono dunque sottoposti alla duplice pressione degli imprenditori che non vogliono fermare le proprie imprese e della mano d’opera meno qualificata costretta a lavorare per sopravvivere e quasi teme più l’inedia del Covid19. Solo paesi con forti sebbene logorate classi medie (Argentina e Uruguay, tra i pochissimi esempi), possono almeno in parte sottrarvisi.

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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