L’oro del tempo

***di Raniero La Valle, 18 giugno 2020 – Siamo entrati in una fase delicatissima dello sviluppo della pandemia. Mentre da una parte si riprende la vita, in altre parti, soprattutto nei Paesi peggio governati come gli Stati Uniti e il Brasile, la sua virulenza è più che mai attiva. Se ne manifesta anche un aspetto ciclico: a Pechino c’è un grave ritorno di fiamma, che mette di nuovo la Cina, tutto il mondo, e anche noi, in allarme. 
La Chiesa, a cominciare da quella di Roma, ne assume tutto il dolore, non può che trarne la lezione di farsi sempre più trasparente all’amore e alla guida di Dio. 
La comunità laica delle Brasiliane che da decenni opera a Roma e ad Assisi “per il diritto e la liberazione dei popoli” (e ne anima il Tribunale), ha così cantato nella sua liturgia: “Conducimi tu, Luce gentile, conducimi nel buio che mi stringe, la notte è scura, la casa è lontana, conducimi tu, Luce gentile”.

C’è la percezione che qualcosa deve accadere, ma la Luce non viene meno, anche solo a guidare il primo passo; e la stessa liturgia continuava suggerendo che l’acqua sgorgherà dal deserto, mediante una citazione di Ernest Hello, l’apologista ottocentesco che aveva esaltato il gesto del reprobo che pur nell’Ultimo Giudizio aveva osato appellarsi dalla giustizia di Dio alla sua misericordia: “Quando l’aquila plana, dicono certi viaggiatori, il pellegrino assetato indovina una sorgente nel luogo dove cade la sua ombra, nel deserto. Il pellegrino scava e l’acqua sgorga”.

A loro volta, numerosi credenti appartenenti a diverse confessioni cristiane, a Milano, si sono messi a riflettere “in questo tempo sospeso e difficile, con l’interiore convincimento che in esso ci sia non solo fatica e sofferenza, ma anche dell’oro, pur nella consapevolezza che bisogna scavare per trovarlo”; ed ha redatto un vero e proprio programma d’azione e di cambiamento, che va dalla povertà al lavoro, dai migranti alla sanità, dall’ambiente all’Europa, spiegando che non si tratta di ricominciare da dove l’epidemia ci aveva interrotto, ma di “rinascere”, facendo una lettura “apocalittica”, cioè di svelamento, della condizione infausta ed errata in cui abbiamo vissuto fin qui.

Lo si può fare approfittando del fatto che il Covid-19, non “il grande livellatore”, ma “il grande rivelatore”, ha fatto cadere la maschera sugli aspetti patologici del nostro modo di vita (per informazioni e adesioni scrivere all’indirizzo: radicarsinelnuovo@gmail.com ). Questa esigenza di un ripensamento profondo delle nostre pratiche e dei nostri ordinamenti non è solo dei credenti e delle Chiese, ma di tutti, società civile, movimenti sociali, politica: basta vedere l’affanno con cui i governanti, che pur ci hanno portato fuori dalla fase più difficile, stanno ora cercando una strada, impietosamente aggrediti come sono da quanti vogliono prendere il loro posto. E prima di tutto questa strada bisognerà trovarla per il lavoro, e per mettere a nuovo il sistema sanitario nazionale, improvvisamente balzato all’apice dei consensi dopo il drammatico confronto con la sanità privata.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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