Quelli che a casa il governo Conte

Non c’è soltanto l’ottimismo della volontà , che Antonio Gramsci voleva fosse accompagnato al pessimismo della ragione. C’è, purtroppo, l’ottimismo senza ragione di chi pensa di superare le attuali difficoltà con un salto nel buio. Quello degli incoscienti color arancione in piazza del Popolo. Con le mascherine abbassate sotto il palco di Salvini e camerati. Ma anche quello di chi da sinistra mal sopporta la pazienza morotea del Presidente del Consiglio.

…e quale sarebbe l’alternativa

“Lo ha capito perfino un politico tutt’altro che moderato come Stefano Fassina, che oggi ha twittato: “Riconosco i limiti del Governo. Sono assalito da dubbi. Poi leggo attacchi della falange di quotidiani padronali e le ricette liberiste delle opposizioni e mi convinco che l’alternativa sarebbe un governo di ulteriore attacco a condizioni del lavoro”.

Ecco, se invece di cadere nella trappola del “tutto e subito” si incoraggiasse e aiutasse il governo a coniugare la difficile navigazione a vista con la progettazione di quella “nuova normalità” di cui tutti parlano ma a cui nessuno provvede, si guadagnerebbe, credo, in tempo e salute (nandocan)

Conte come Angela

***di Massimo Marnetto, 4 giugno 2020

Conte parla alla nazione: quando serve, in modo chiaro, tranquillizzando.

Forse è questa la qualità inedita di questo premier, che lo sta rendendo così popolare, nonostante non cerchi follower su cui riversare tweet e altri nano-proclami infestanti. Anzi, la scelta di conferenze stampa esplicative nei passaggi importanti delle scelte di Governo, ne hanno fatto il Piero Angela della politica nazionale.

Certo, alle volte si lascia andare a definizioni un po’ abusate, come quella degli “stati generali” dell’economia, ma è mancanza veniale, rispetto invece alla sua qualità di mediatore. Che si rivela ogni volta in grado di superare gli scogli più insidiosi della navigazione di una maggioranza non proprio naturale, ma con un buon istinto di conservazione.

E’ presto per parlare di Conte come uno statista, ma la sua formazione cattolica illuminata, una robusta cultura giuridica, il dono dell’affondo da fiorettista nelle logomachie, ne fanno un personaggio politico con un livello di qualità che da anni non si affacciava sulla ribalta nazionale.

Ora l’aspetta la prova più dura: la ripresa economica, sotto il fuoco incrociato di chi è sotto il “livello essenziale di esistenza” e le minoranze privilegiate che vorrebbero tutti i sussidi e zero tasse. Su questo fronte – la giustizia sociale – non è consentito essere ambidestri. Conte dovrà “definirsi” di destra o di sinistra. Perché – come insegna la fugace meteora di Renzi – chi fa finta di essere di sinistra per cercare i voti a destra finisce sempre male.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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