Le due strade dopo la crisi

(Newsletter del 22.5.2020) –

NECESSARIO E URGENTE UN SALTO DI CIVILTÀ

La pandemia del coronavirus non ha arrestato la diffusione, in Italia e fuori dall’Italia, della nostra iniziativa diretta a promuovere una Costituzione della Terra. Sono pervenute svariate adesioni e, soprattutto, la nostra proposta è stata ripresa e diffusa in molti paesi europei e dell’America Latina. Come abbiamo già detto, essa è una tragica conferma della necessità e dell’urgenza di questo salto di civiltà, per le molte ingiustizie e insensatezze da essa rivelate nei nostri assetti istituzionali e per le svolte radicali da essa sollecitate.

DRAMMATIZZATE LE DISUGUAGLIANZE   

Questa pandemia colpisce tutti, ricchi e poveri, e non conosce confini. Ma non è affatto egualitaria. Al contrario ha rivelato, accresciuto e drammatizzato le disuguaglianze: tra chi poteva stare in casa e chi è stato obbligato ad andare a lavorare, tra chi ha una casa e chi non l’ha, tra chi ha grandi case con giardino o terrazze e quanti sono costretti a vivere in tanti in una stanza, tra chi è solo e povero e quanti vivono con le loro famiglie. Ma si pensi, soprattutto, alle carceri affollate, ai campi rom e alle situazioni drammatiche dei senzatetto; agli anziani abbandonati in case di riposo ed esposti al contagio; agli studenti impossibilitati a seguire le lezioni a distanza perché privi di tecnologia digitale; ai lavoratori in nero rimasti senza mezzi di sussistenza; agli immigrati irregolari e a quelli resi clandestini e gettati sulla strada dal decreto che ha soppresso il permesso di soggiorno per motivi umanitari; e poi alle masse dei migranti accampati ai confini della fortezza Europa, o reclusi nei lager libici, o accalcati a Lesbo o nei campi italiani; ai palestinesi, reclusi in quel carcere a cielo aperto che è la striscia di Gaza; ai milioni di persone che in tutte le metropoli – in America Latina, in Africa, in India – vivono accalcati in povere baraccopoli. Un focolaio di contagio tra questi disperati provocherebbe ecatombe delle quali probabilmente non verremmo neppure a conoscenza.

       LA MIOPIA DELLE POLITICHE DEI GOVERNI

La pandemia ha inoltre portato alla luce la miopia delle politiche dei governi, che all’insegna dell’obiettivo della riduzione delle imposte hanno tagliato in molti Paesi, a cominciare dall’Italia, la spesa per la salute pubblica. Oggi il nostro governo è stato costretto, dall’emergenza, a moltiplicare i posti letto e i reparti di terapia intensiva e a comprare o a far produrre le attrezzature necessarie, dai tamponi ai ventilatori e alle mascherine. Ma non dobbiamo dimenticare che in Italia, in questi ultimi dieci anni, sono stati soppressi 70.000 posti letto, sono stati chiusi 359 ospedali o reparti ospedalieri ed è stato ridotto il personale sanitario, non essendo stati sostituiti migliaia di medici e di infermieri andati in pensione.

E DELLA REGIONE LOMBARDIA

Il massimo della dissennatezza è stato raggiunto in Lombardia, dove si è avuto il più alto tasso di contagi e di mortalità del mondo – all’inizio di maggio il 6,5% del totale mondiale e più della metà dei decessi registrati in Italia – a causa delle politiche irresponsabili adottate dalla Regione in materia sanitaria: la privatizzazione di gran parte della sanità; il numero ridotto di ospedali pubblici, i cui Pronto Soccorso, anche per l’abbassamento dell’assistenza sanitaria domiciliare, sono stati invasi da malati di coronavirus e trasformati in focolai; la decisione scellerata di trasferire i malati di covid-19, per la scarsità dei posti letto negli ospedali pubblici, nelle case di cura e riposo per anziani dove il contagio ha provocato una strage.

       IMPREPARAZIONE E IMPREVIDENZA

Non solo. Il coronavirus ha colto tutti i governi impreparati, svelandone la totale impreparazione e imprevidenza. Benché il pericolo di una pandemia fosse stato previsto fin dal settembre 2019 da un rapporto della Banca Mondiale, nulla è stato fatto per fronteggiarlo. In vista delle guerre si fanno esercitazioni militari, si costruiscono bunker, si mettono in atto simulazioni di attacchi e tecniche di difesa. Contro il pericolo annunciato di una pandemia non è stato fatto assolutamente nulla. Il paradosso è stato raggiunto con le attrezzature sanitarie. In previsione delle guerre si accumulano armi, carri armati e missili nucleari. Il coronavirus ci ha fatto invece scoprire l’incredibile mancanza delle misure più elementari per fronteggiare il contagio: dalla scarsità dei posti letto e dei reparti di terapia intensiva a quella di respiratori, tamponi e mascherine, fino all’insufficienza di medici e infermieri.

       DOVE DIFETTA LA SANITÀ PUBBLICA

Naturalmente questa imprevidenza si è rivelata nella maniera più drammatica nei Paesi, come gli Stati Uniti, che difettano di una sanità pubblica. In questi Paesi, chi non ha un’assicurazione adeguata non può curarsi e decine di milioni di poveri sono abbandonati a se stessi. Impreparazione e imprevidenza sono inevitabili nei Paesi poveri. Ma sono solo il segno di un’incredibile follia quando riguardano le grandi potenze, debolissime quanto alla difesa della vita e della salute. Negli Stati Uniti il presidente Trump ha cancellato la modesta riforma sanitaria di Obama, lasciando milioni di poveri senza la possibilità di curarsi. La più grande potenza del mondo continua a produrre armi nucleari sempre più micidiali contro nemici inesistenti, ma si è trovata sprovvista di respiratori e tamponi e ha così provocato decine, forse centinaia di migliaia di morti.

      DUE INSEGNAMENTI

Di qui la riflessione sul nostro futuro sollecitata da questa assurda imprevidenza. Le pandemie sono fenomeni globali, peraltro sempre più frequenti nei nostri tempi. Quella del coronavirus ha svelato i nessi che legano la salute delle persone alla salute del pianeta e, tra loro, le diverse aggressioni alla salute del pianeta. Si è infatti rivelata un effetto collaterale delle tante catastrofi ecologiche, tra loro a loro volta connesse: delle deforestazioni, dell’inquinamento dell’aria, del riscaldamento climatico, degli addensamenti demografici. Se ne possono trarre due insegnamenti, l’uno relativo al carattere pubblico, l’altro relativo al carattere globale delle garanzie in grado di prevenirle e fronteggiarle.

      SANITÀ PUBBLICA GRATUITA E ACCESSIBILE A TUTTI

Il primo insegnamento consiste nel riconoscimento dell’enorme valore della sanità pubblica, gratuita e accessibile a tutti, in attuazione del diritto universale alla salute previsto, in Italia, dall’articolo 32 della Costituzione. Questa pandemia ha mostrato la necessità di potenziare i sistemi sanitari e ha reso evidente la superiorità dei sistemi politici che dispongono di una sanità pubblica rispetto a quelli nei quali la salute e la vita sono affidate alle assicurazioni e alla sanità privata. 

  • Solo la sanità pubblica può infatti assicurare l’uguaglianza nella garanzia del diritto alla salute.
  • Solo la gestione pubblica è in grado, in caso di pandemia, di limitare i danni provenienti dalle leggi del mercato, che impongono alle imprese, nonostante i rischi di contagi, la corsa a riprendere le loro attività per reggere la concorrenza, o peggio per conquistare nuove fette di mercato approfittando del dramma.
  • Solo la sfera pubblica può produrre le attrezzature sanitarie necessarie – mascherine, respiratori, guanti, tamponi, test diagnostici e simili – al di là delle convenienze economiche del momento.
  • Infine, solo la sfera pubblica può destinare fondi adeguati per lo sviluppo e la promozione della ricerca medica in tema di cure e vaccini, nonché la loro produzione farmaceutica di massa onde renderli accessibili gratuitamente a tutti.
       UN’ISTITUZIONE GLOBALE DI GARANZIA

Il secondo insegnamento proviene dal carattere globale della pandemia, che richiede di essere fronteggiata con misure efficaci, decise sulla base di strategie unitarie, quali solo possono provenire da un’istituzione globale di garanzia. Basta infatti che in qualche Paese o regione vengano adottate misure inadeguate o intempestive perché si riaprano, con gli spostamenti, i pericoli di contagio e si moltiplichino le infezioni e i decessi in tutti gli altri Paesi. Il nostro ordinamento internazionale dispone già di un’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ma questa istituzione non è neppure lontanamente all’altezza delle funzioni di garanzia affidatele, a causa degli scarsissimi mezzi – 4 miliardi e 800 milioni ogni 2 anni, in gran parte provenienti da privati – e della mancanza di effettivi poteri.

RIFORMARE E RAFFORZARE L’OMS

Occorrerebbe riformarla e rafforzarla, quanto ai finanziamenti e quanto ai poteri, per porla in grado in primo luogo di prevenire le pandemie e, in secondo luogo, di rispondere ad esse con misure affidate ai diversi livelli dell’ordinamento, sulla base di un principio di sussidiarietà che assegni ai livelli normativi superiori l’adozione di principi guida di portata generale e ai diversi livelli inferiori il loro adattamento alle diverse situazioni territoriali. Se ci fosse stata una simile gestione unitaria e tempestiva multi-livello – informata al principio di sussidiarietà ma coordinata da un’istituzione globale di garanzia indipendente – oggi non piangeremmo centinaia di migliaia di morti.

         REGRESSIONE AI NAZIONALISMI O COSTITUZIONE DELLA TERRA

E’ insomma possibile che la pandemia del coronavirus, colpendo tutto il genere umano, generi finalmente la consapevolezza comune della necessità della costruzione di una sfera pubblica globale: di una Costituzione della Terra, che secondo la nostra proposta precostituisca, contro tutte le emergenze planetarie – non solo sanitarie ma anche ambientali, nucleari e alimentari – garanzie e istituzioni globali di garanzia dei diritti fondamentali di tutti gli esseri umani del pianeta. E’ comunque certo che questo cataclisma è destinato a produrre effetti sconvolgenti sulla nostra vita futura. Questi effetti potranno essere regressivi o progressivi, a seconda che prevalga la cecità della legge del più forte o la ragione delle leggi dei più deboli. Potrà seguirne una crescita incontrollata delle disuguaglianze, delle discriminazioni e della disoccupazione, oppure nuove garanzie dei diritti vitali alla sussistenza e dell’uguaglianza nei diritti; un più feroce sviluppo del darwinismo sociale, oppure una rifondazione garantista dell’welfare all’insegna di una sua sburocratizzazione e della sua trasformazione in stato sociale di diritto; un’accentuazione distruttiva della competizione capitalistica, oppure l’affermazione, nell’interesse di tutti, del valore razionale della solidarietà; la regressione ai vecchi nazionalismi tra loro in conflitto e alle chiusure delle frontiere, oppure lo sviluppo di una sfera pubblica e di una solidarietà globali sorrette da un costituzionalismo di portata universale.                                                                     

Luigi Ferrajoli  

P.S. Sul Sito www.costituenteterra.it pubblichiamo un articolo di Domenico Gallo sullo Statuto dei lavoratori dopo la pandemia.  Come segno di come l’idea e la proposta di “Costituente Terra”  si stia diffondendo nel mondo, pubblichiamo il video, in spagnolo, di una lezione tenuta dal professor Luigi Ferrajoli il 14 maggio scorso alla Escuela Iberoamericana de Derecho in Lima, seguita da migliaia di persone in America Latina.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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