Scalfari, domenica parli di Repubblica

Lo farà? Ne dubito, comunque non nel senso che vorrebbe Marnetto e io con lui. Gli editori puri in Italia sono sempre stati una rarità e oggi, dopo il passaggio di proprietà alla FCA e lo scambio di direttori con La Stampa di Torino, non lo è più nemmeno Repubblica. La linea editoriale può essere più o meno aperta quanto si vuole, ma gli interessi della proprietà non solo non si toccano, ma si difendono. I colleghi della Repubblica fanno bene a protestare, ma dovranno farsene una ragione (nandocan).

***di Massimo Marnetto, 19 maggio 2020 – Fondatore Eugenio Scalfari, le chiedo di dedicare il prossimo domenicale al “suo” giornale. 

Lo so, è una seccatura. Lei preferisce spaziare tra filosofia, storia, ricordi, emozioni e visioni, ma la Repubblica sta male. La pressione del suo nuovo editore, la Exor controllata dalla famiglia Agnelli, si fa ogni giorno più pesante.

Si è vista nella brusca virata della linea del giornale su una linea di conformismo industriale inedito e rude. Ad iniziare dal licenziamento in tronco del direttore Verdelli, fino al trattamento del recente caso del prestito garantito con soldi pubblici alla FCA , che ha generato un conflitto tra interesse dei lettori (corretta informazione) e degli editori (perfetta giustificazione).

Il Comitato di Redazione è in subbuglio e già una prima firma di rilievo come Gad Lerner ha lasciato la testata. Mentre il disagio dei lettori diventa distacco, il direttore Molinari non ha avuto altra idea che istituire il premio aziendale di una “spilletta” a forma di R (e 600 euro) per chi avesse fatto il miglior articolo della settimana.
Eugenio Scalfari, lei avrebbe tutto il diritto di essere lasciato in pace, ma la nave imbarca acqua e gli “spillettati” aumentano. Serve una sua presa di posizione. Ora.
Massimo Marnetto

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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