Il patto con Amazon

Roma, 18 maggio 2020 – Quanti sono quelli che, come me, hanno fatto un patto con Amazon? Che se non è un patto col diavolo poco ci manca. Sappiamo tutti di quanto la multinazionale sfrutti il lavoro di chi sgobba nei suoi magazzini per garantire ai nostri acquisti on line affidabilità, prezzi bassi e consegne puntuali. Sappiamo anche che con le vendite a domicilio in questa pandemia ha moltiplicato incassi multimiliardari con margini superiori al 25 per cento del suo fatturato. Ciò che le ha consentito non solo di investire in tecnologia ma anche di indebitarsi a buon prezzo con le banche in circostanze difficili come l’attuale, continuando a sterminare la concorrenza.

Gli affari in Italia.

Non sappiamo invece a quanto ammonti il suo giro d’affari in Italia. Per accertare il quale, ci spiegherà oggi sulla 7 Milena Gabanelli come ha già fatto stamani sul Corriere della sera, il nostro governo dispone in pratica soltanto di un’auto dichiarazione del suo management. E che si tratti di una somma di gran lunga inferiore a quella effettiva non ci vuole troppo ad immaginarlo.

Il modo ci sarebbe

Per la verità il modo di accertare la vera entità dei suoi affari ci sarebbe. E qualcuno, con la legge di bilancio del 2018, l’aveva già proposto al governo, come ci ha ricordato la nostra bravissima collega. Basterebbe che chi vuol vendere attraverso Amazon, vero o finto commerciante che sia (perché ci sono anche quelli),  versasse l’IVA non direttamente allo Stato ma attraverso Amazon che a sua volta, come sostituto d’imposta,  potrebbe versarlo all’Agenzia delle Entrate. Peccato che questa eccellente proposta, come tante altre che varrebbero a stanare le grandi multinazionali del web da una sistematica elusione con i paradisi fiscali , sia stata stralciata quell’anno dal decreto prima della conversione in Parlamento.

Boicottaggio?

A questo punto, mi sembra già di sentire qualcuno proporre un boicottaggio di massa tra i cittadini per obbligare al suo dovere fiscale il gigante delle vendite online. Proposta che  si potrebbe anche prendere per buona se avesse serie probabilità di diventare, appunto, di massa. Ma chi è disposto a credere  oggi che i consumatori italiani, tartassati come sono in questa congiuntura epidemica,  accettino di sacrificare l’indubbio vantaggio offerto con la ricerca e l’acquisto di quei prodotti per uno “sciopero” di pura testimonianza?

Diverso sarebbe se a promuovere e organizzare quel boicottaggio fosse un vero partito di massa. I Cinque Stelle? Una sinistra davvero unita? Mi pare improbabile. Ma se almeno da quella parte venisse una sollecitazione alle istituzioni per recuperare  e rilanciare la proposta di legge di un anno fa sarebbe già un bel risultato.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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