John chiede aiuto*

***di Massimo Marnetto, 16 maggio 2020 – Gli Agnelli sono uomini di mondo. E le sedi della FCA le hanno portate in Olanda (legale) e in Gran Bretagna (fiscale) per pagare tasse molto più basse sui dividendi. In Italia, si limitano a corrispondere al fisco la quota di valore prodotta dall’attività degli stabilimenti nazionali. Insomma siamo di fronte ad una complessa ingegneria tributaria, in piena opposizione al concetto di responsabilità sociale d’impresa, benché perfettamente legale. E talmente vantaggioso, da consentire a John Elkann and Co.  di comprarsi la Repubblica. Ora, però, vista la crisi dell’auto, i discendenti dell’Avvocato hanno chiesto un aiuto economico proprio all’Italia, senza il minimo imbarazzo. Si tratta di una garanzia pubblica (Sace) ad un prestito privato (Intesa San Paolo) di circa 6 miliardi di euro.  Di fronte a questo “pregiato favore”,  il mondo politico – tranne rare eccezioni – non ha fiatato. Zitto anche il tonitruante Salvini, che invece sui sussidi ai più disgraziati  inveisce ogni giorno, prima dei pasti. Pure il sindacato evita lo scontro, perché sa che la FCA può delocalizzare gli stabilimenti rimasti in Italia quando vuole. La stampa ha segnalato la contraddizione con diversa intensità, mentre Repubblica riferisce il fatto, ma attenta a non urtare la suscettibilità del proprio editore. Intristisce veder normalizzare dal capitalismo una testata-vedetta di lunga tradizione. Viene da dire, come nei medical-movie“la stiamo perdendo…”

* Nota . Sono i poteri forti, bellezza, quelli che finché non trovano qualcuno più forte di loro si possono permettere tutto, con qualunque governo. Ci vorrebbe un po’ più di coraggio da parte delle istituzioni, ma pare che oggi ci sia soltanto Maurizio Landini (intervistato oggi su Repubblica) a insistere perché si colgano i frutti della drammatica esperienza di questi mesi per riprogettare “un altro Paese che abbia al centro un nuovo Stato sociale, il rispetto dell’ambiente, un uso intelligente delle tecnologie digitali, un rapporto diverso tra imprese e lavoro, una stagione, infine, di investimenti pubblici”. E i partiti – mi riferisco ovviamente a quelli di maggioranza perché per gli altri non c’è speranza – i partiti che fanno per mobilitare se stessi e l’opinione pubblica in questa direzione? Continueranno a preoccuparsi soltanto di “salvare il salvabile” cioè loro stessi ? Non hanno capito che non ci riusciranno comunque? (nandocan)

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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