L’ombra della dittatura

“Stiamo a tanto così dal baratro ungherese”, scrive oggi Massimo Marnetto nel suo commento quotidiano. Ovviamente l’Italia non è la Turchia, dove tre ragazzi incarcerati dal regime di Erdogan “per i testi delle loro canzoni contro i corrotti e le violenze del potere” sono stati lasciati morire per un prolungato sciopero della fame. E neppure l’Ungheria. I sondaggi dicono che assai difficilmente sarebbe permesso a Salvini come a qualunque altro di chiudere il Parlamento come è riuscito a fare Orban. Tuttavia il pessimismo di Marnetto non è campato in aria. Le conseguenze economiche della pandemia combinate alla crescente aggressività delle destre e alla precarietà del governo Conte potrebbero far precipitare quella crisi democratica (“i pieni poteri”) che l’accordo PD Cinque Stelle ha provvisoriamente tamponato. Ma la dura esperienza di questi mesi potrebbe anche offrire al contrario, come molti di noi continuano a sperare, l’occasione (irripetibile) per avviare un programma di governo forte e innovativo che riporti la politica alla guida dell’economia. E con quello affrontare i problemi irrisolti della crescita delle disuguaglianze, del cambiamento climatico, dell’immigrazione e di un’automazione del lavoro che lo ha reso sempre più precario. Per il momento però, a parte ripetersi oziosamente che cessata la pandemia “niente sarà come prima”, i partiti di maggioranza sembrano totalmente assorbiti dalla pur grave quotidianità epidemica e per il resto continuano a navigare a vista o a perdere tempo, con la complicità dei grandi media, su vecchie ruggini e giochi di potere (nandocan)

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Ibrahim, Helin, Mustafà , di Massimo Marnetto, 8 maggio 2020 – Si muore ancora per la libertà nella dittatura turca. Ibrahim Gokcek, il giovane musicista del Grup Yorum è morto per il prolungato sciopero della fame, dopo la stessa fine degli altri due componenti della stessa band, Helin Bolek,  e Mustafa Kocak. Ragazzi incarcerati dal regime di Erdogan per i testi delle loro canzoni, contro i corrotti e le violenze del potere. Fa male, a pochi giorni dalla Festa della Liberazione, sapere che in stati liberi fino a pochi anni fa, ora la repressione della libertà è diventata così opprimente, da richiedere la morte di protesta.
Eppure l’Europa tace. Anzi, tollera un despota come Orbàn, che ha chiuso il parlamento ungherese con la scusa del covid-19 , senza che nemmeno il gruppo dei Popolari, di cui fa parte, lo abbia  espulso. Non che le cose siano così tranquille neanche da noi, dove la destra nazionalista cerca i pieni poteri per stravolgere la Costituzione e riportare l’ordine mortorio della sottomissione delle minoranze. Stiamo a tanto così dal baratro ungherese. Nel giro di un paio d’anni, potrebbe salire la destra al potere, venir sostituito Mattarella, andarsene Papa Bergoglio. E con un colpo di Stato a fasi progressive, contando sul familismo indifferente, l’acquisizione di giornali sentinella, il silenzio degli intellettuali,  anche in Italia si tornerebbe agli anni bui. Svegliamoci, lottiamo, parliamo o ci troveremo a piangere di notte per non aver reagito in tempo.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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