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L’occasione del virus

Roma, 8 aprile 2020 – Non manca, in queste settimane di necessaria sospensione della cosiddetta normalità, chi paventa un futuro catastrofico per le sorti della democrazia. Il prevalere di sovranismi e dittature porterebbe alla sconfitta definitiva dell’ideale europeo e al trionfo ovunque dei populismi di destra. E invocano come sempre il “pessimismo della ragione”.

Eppure soltanto qualche settimana fa ci rallegravamo per le piazze affollate di popolo che dimostravano la volontà di una democrazia rinnovata dalla partecipazione dei cittadini. Eppure anche i sondaggi danno in calo il consenso popolare a chi chiedeva in Italia i “pieni poteri”.


Io credo allora che questa interruzione senza precedenti di un vecchio modo di vivere e di governare offra anche l’occasione per ripensarlo e correggerlo. Credo, anzi voglio credere che il mondo potrebbe essere decisamente migliore, perché nessuna crisi mondiale come questa sta dimostrando il fallimento completo del capitalismo neoliberista.

Anche i meno preparati hanno potuto toccare con mano come il benessere individuale sia dipendente dal bene comune e la libertà individuale dalla solidarietà. Con maggiori investimenti pubblici nella sanità e nella scuola, nell’economia digitale come nelle energie alternative, il vantaggio comune non dovrà contare meno del profitto dell’impresa privata.

Le conseguenze dei tagli alla sanità dovrebbero aver chiarito a tutti che tocca alla politica guidare l’economia e non viceversa. E un po’ più di fiducia nel senso di responsabilità dei lavoratori aiuterebbe la sinistra a recuperare il consenso perduto.

Perciò, cominciando da subito, se di fronte alle maglie “troppo larghe” del decreto governativo i sindacati chiedono di avere voce in capitolo su che cosa va ritenuto o non ritenuto essenziale delle produzioni e delle attività in cui sono impegnati, diamo loro la nostra solidarietà.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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