Corona bond e sovranismo bocconiano

Roma, 30 marzo 2020 – “L’illusione dei corona bond” è il titolo dell’editoriale con cui l’esimio professor Roberto Perotti, ordinario di economia politica all’Università Bocconi, offre oggi sulla Repubblica un interessante esempio di sovranismo inconsapevole, negando – quasi in polemica diretta con quello che aveva appena sostenuto a “Che tempo che fa” Romano Prodi – che la solidarietà tra i Paesi europei in questa come in altre circostanze possa venire ammessa in nome del realismo.

Ieri infatti l’ex presidente della Commissione europea Prodi aveva indicato negli eurobond la soluzione migliore per affrontare la crisi dovuta al coronavirus: «Li chiami come vuole – aveva detto all’intervistatore – Coronabond, anche Recovery Bond come ha detto Conte. Mettiamo che nella scorsa crisi noi fossimo colpevoli, e non era vero, i nordici ci puniscono. Ma quando arriva un morbo se non c’é solidarietà che Europa è?».

Secondo Perotti, la solidarietà invocata per noi vuole dire che siccome l’Italia non può aiutare i Paesi nordici, i Paesi nordici devono aiutare l’Italia. “Tutte le maggiori proposte sul tavolo – scrive l’economista – hanno questo elemento di regalo dal nord Europa all’Italia. Prendiamo i coronabond….Nessun politico di un Paese nordico può assumersi la responsabilità di regalare o prestare i soldi del proprio contribuente all’Italia e poi sentirsi rimproverare che quei soldi servivano nel loro Paese. Politici e commentatori italiani farebbero bene ad accettare la realtà una volta per tutte”.

Il fatto è che a chiedere questo tipo di intervento non è solo il governo italiano ma ben 10 Stati che rappresentano il 60 per cento della popolazione europea. E lo fanno in nome di una solidarietà che va considerata implicita in quel grande atto di realismo che è stata, e ancor più dovrebbe rimanere nell’economia globale di oggi, l’Unione europea. E per dirla con la battuta di Prodi, “gli olandesi devono capire: se succede una grande crisi a chi vendono i loro tulipani?”

La resistenza dei Paesi nordici avrebbe un senso se motivata dallo scarso impegno dei governi italiani in una seria lotta alla corruzione e all’evasione fiscale che da sola basterebbe ad alleggerire il peso che il debito pubblico ha sulla nostra economia , ma di questo si preferisce non parlare, forse perché bisognerebbe spiegare l’aiuto dato agli evasori da quei paesi nordici che, come l’Olanda e il Lussemburgo, sono ormai di fatto dei paradisi fiscali. Con gli altri, a cominciare dalla Germania, che stanno a guardare.

A fare professione di realismo, non foss’altro che per dovere di ufficio, è il commissario italiano all’economia Paolo Gentiloni: l’ammissione di bond “per neutralizzare il debito non verrà mai accettata”, bisogna finalizzarla a una “missione” come “l’emergenza sanitaria” e “scommettere che la Germania arrivi a comprendere la nuova situazione” determinata dalla pandemia.

Ha ragione Prodi ad essere scettico. Tra due settimane, ha ipotizzato tre giorni fa a Radiouno “ci sarà un compromesso, una rottura completa no. Ci sarà compromesso in cui sul Mes toglieranno qualche condizionalità. Ma è sempre un vivacchiare”. Del resto, “Al di là dei giudizi di valore – aveva premesso il realista Perotti – è così strano che i Paesi nordici siano riluttanti?” Al di là dei giudizi di valore, appunto.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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