Istituzioni pubbliche giuste ed efficienti

Nella newsletter di “Costituente Terra” alle considerazioni dell’ex presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida, uno dei promotori dell’associazione, fa seguito la dichiarata solidarietà con i sindacati che protestano per le “maglie troppo larghe” del decreto governativo – che include perfino le fabbriche di armi tra le attività consentite – e minacciando lo sciopero generale chiedono di avere voce in capitolo nel decidere che cosa è essenziale e che cosa no delle produzioni e delle attività in cui sono impegnati in ogni azienda (nandocan). 

***di Valerio Onida, 27 marzo 2020 – La situazione eccezionale nella quale ci troviamo induce fra l’altro a farci più che mai delle domande sulle istituzioni che governano la società, sul loro funzionamento, su ciò che ad esse chiediamo e dobbiamo chiedere.

La prima riflessione è sul “bisogno” di istituzioni pubbliche giuste, funzionanti ed efficienti. Se in tempi “normali” qualcuno può, a torto, pensare che le istituzioni pubbliche siano quasi solo una presenza fastidiosa ed eccessiva, idonea solo a intralciare il libero dispiegarsi delle iniziative individuali, e così alimentare la richiesta di uno “Stato minimo”, e di riduzione al minimo delle risorse che le istituzioni pubbliche esigono e prelevano dai privati (“meno tasse per tutti”), in tempi di emergenza anche i liberisti più sfrenati devono prendere  atto  del “bisogno” di istituzioni forti, efficaci e che dispongano delle risorse necessarie per realizzare le finalità di interesse generale.

In questi giorni tutti plaudono, giustamente, all’allentamento dei vincoli finanziari per consentire alle istituzioni pubbliche di apprestare le misure e le risorse necessarie per far fronte nel modo migliore possibile agli effetti e ai rischi dell’epidemia. In situazioni di emergenza la spesa pubblica non può non aumentare. E non possono certo bastare a coprirla le pur generose donazioni spontanee che da tante parti giungono alla Protezione civile o ad altri enti pubblici.  Ma dovremmo anche domandarci come ci comporteremo quando (speriamo presto) l’emergenza sarà rientrata, e però continuerà ad essere necessario disporre di risorse pubbliche, anche per restituire il maggior debito pubblico che nel frattempo si sarà formato. Sarà allora inevitabile riconoscere la necessità di ulteriori sacrifici e prelievi tributari a carico di tutti, in proporzione, come dice la Costituzione, alla capacità contributiva di ognuno, e rispettando i criteri di progressività.

In altri tempi, per fortuna lontani, si è arrivati a chiedere ai singoli (trovando non piccola risposta più o meno forzata) perfino di offrire “oro alla patria”, cedendo allo Stato oggetti preziosi del proprio patrimonio per contribuire – purtroppo – a imprese belliche e coloniali, in  nome di quel funesto nazionalismo che ha caratterizzato nel Novecento tanta parte della politica nazionale  e internazionale. Quel nazionalismo che solo l’”evento epocale” della seconda guerra mondiale, con i suoi milioni di morti, le sue tragedie immani e le sue distruzioni apocalittiche sembrava aver relegato definitivamente al passato, ma che sotto varie forme risorge, come se anche gli obblighi di solidarietà umana che la situazione sollecita fossero solo obblighi di “solidarietà nazionale” e non globale.

Con ben altro fondamento, di fronte ad esigenze come quelle che ci si prospettano per il futuro, sarà necessario riconoscere l’esigenza di alimentare la “macchina” delle istituzioni con risorse adeguate. Se in tempi “normali” tante critiche si rivolgono (giustamente o meno giustamente) agli “sprechi” pubblici, oggi si sente rimpiangere per esempio il fatto che il Servizio sanitario nazionale e le strutture sanitarie pubbliche non sono stati sufficientemente alimentati con le risorse necessarie per far fronte ai bisogni che oggi si manifestano in maniera particolarmente stringente.
Insomma, puntare sulla futura sperata “crescita” o ricrescita dell’economia va bene, ma si dovrà altresì porre attenzione, anche per combattere le eccessive disuguaglianze, ad una corretta distribuzione delle risorse fra l’aumento dei consumi o dei patrimoni privati (non da oggi si sente dire che in Italia c’è una elevata misura della ricchezza privata) e le esigenze collettive, a cui provvedono le istituzioni pubbliche.

P. S. Aggiungiamo qui di seguito una lettera aperta del 26 marzo dell’Associazione “Laudato Sì” di Milano in cui si denuncia una grave decisione delle Istituzioni che hanno consentito che continuasse la produzione di armi, in particolare nei reparti dell’industria bellica di Aermacchi e Agusta  in provincia di Varese, nonostante gli impegni che il governo aveva preso con i sindacati. Questa la lettera:

Sabato 21 marzo abbiamo sottoscritto la lettera aperta lanciata da alcuni membri dell’associazione “Laudato sì” per dare voce e sostenere la giusta rivendicazione di sospendere l’attività, portata avanti da molti lavoratori – alcuni dei quali già scesi in sciopero – costretti a lavorare fianco a fianco in aziende e processi produttivi non indispensabili e a ritrovarsi ammassati nei mezzi di trasporto utilizzati per andare e tornare dal lavoro. Questo appello ha riscosso adesioni assai significative.

Nel frattempo, anche le confederazioni CGIL, CISL e Uil hanno deciso in modo unitario di chiedere al Governo la chiusura temporanea di tutte le lavorazioni non essenziali. Al termine dell’incontro, il Presidente del Consiglio ne annunciava il fermo, ma questa decisione ha incontrato, prima e dopo il suo annuncio, la netta opposizione di Confindustria che, anche con una lettera del suo Presidente, anteponeva la salvaguardia della continuità produttiva a quella della salute dei lavoratori, delle loro famiglie e della collettività tutta. Così il decreto governativo – pubblicato a distanza di un giorno – consente la prosecuzione delle attività nella quasi generalità dei settori, fino ad includervi persino l’industria bellica. Il fatto che l’industria delle armi continui ad essere promossa e mantenuta in attività è uno scandalo al cospetto degli ammalati e delle vittime, del mondo ospedaliero, delle lavoratrici e dei lavoratori chiamati a rischiare il contagio pur di non fermare la produzione di strumenti di morte.

Non sappiamo attraverso quali meccanismi si sia arrivati a una conclusione che contraddice gli impegni presi con i sindacati (non esistono verbali del confronto), tanto che questi si sono detti pronti a mettere in atto uno sciopero generale; ma tutto il processo decisionale appare viziato da una grave mancanza di trasparenza e da un insufficiente rispetto della salute dei lavoratori e della collettività. Trasparenza e rispetto che dovrebbero accompagnare tutte le procedure attraverso cui il governo e le sue agenzie decidono i provvedimenti di contenimento della pandemia, che avvengono invece senza il parere di un organismo di controllo tecnico-scientifico indipendente, in presenza di un sistema sanitario spogliato dai successivi tagli subiti negli ultimi decenni, fino a giungere all’attuale mancanza di ogni possibilità di dotarsi per tempo degli indispensabili presidi a tutela della salute pubblica.

Contro le “maglie” decisamente troppo larghe del decreto governativo, gli scioperi in fabbriche e aziende si sono moltiplicati per iniziativa diretta delle lavoratrici e dei lavoratori con i loro rappresentanti. Esprimiamo loro la nostra solidarietà e diamo sostegno alla loro rivendicazione di avere voce in capitolo nel decidere che cosa è essenziale e che cosa no delle produzioni e delle attività in cui sono impegnati in ogni azienda. Auspichiamo che questa iniziativa sia la premessa perché sin da ora l’economia possa imboccare un percorso radicalmente diverso da quello che ci ha condotto all’attuale catastrofe, grazie a una riconquistata capacità dei lavoratori di far valere le loro ragioni insieme a quelle della collettività, sia nelle aziende che nella società. La ricomposta unità nella lotta per la sicurezza e la salute – dai rider senza tutele ai nuclei più organizzati di metalmeccanici, chimici e tessili – lascia sperare in un fronte attorno cui possa crescere la presa di coscienza di tanti movimenti, associazioni e corpi sociali alla ricerca di un diverso rapporto con la natura anche per contrastare il cambiamento climatico e promuovere una vera riconversione ecologica.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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