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Tregua globale e guerra solo al coronavirus

Illusione dell’ONU, aggiunge Remocontro nell’articolo che segue. Eppure “niente sarà più come prima” si continua a dire in questi giorni sulla stampa e in televisione. Certo, niente come una pandemia globale come questa, che obbliga intere popolazioni a condividere la medesima sofferenza per la malattia e la morte ovunque diffuse da un nemico comune, sta offrendo l’occasione per riflettere sull’incredibile spreco di vite umane e di risorse causato da un anacronistico sistema di relazioni tra persone, popoli e Stati. E non sorprende che perfino sui giornali conservatori si cominci a proporre il superamento del capitalismo e ad auspicare un ritorno della politica alla guida dell’economia, dopo decenni che lo Stato si sente dire “che deve mettersi sul sedile posteriore e lasciare il volante in mano alle imprese – come ha scritto su repubblica Mariana Mazzucato –  intervenendo solo per risolvere i problemi quando emergono”. Non è così che funziona, e non solo per le guerre. E’ toccato prima al cambiamento climatico dimostrare l’incapacità dei governi di affrontarne le terribili conseguenze. Ora la pandemia  punisce inesorabilmente chi in questi decenni ha trascurato di investire sulla sanità pubblica e l’ostinata disattenzione per il bene comune non mancherà di colpire con il  danno economico gli stessi capitalisti (nandocan)

***di Ennio Remondino, 25 marzo 2020 – Solo guerra al coronavirus – L’appello è partito ieri dal Palazzo di Vetro di New York, dal segretario generale delle Nazioni unite Antonio Guterres: «La furia del virus rende palese la follia della guerra», scrive in una nota Guterres, chiedendo di porre fine a tutti i conflitti del mondo, un cessate il fuoco globale che permetta di concentrare gli sforzi nella lotta alla pandemia. Chiedo oggi una tregua mondiale immediata in ogni angolo del mondo. È tempo di mettere in quarantena i conflitti armati e focalizzarci insieme sulla lotta vera per le nostre vite».
Le richieste: fermare gli scontri armati, l’artiglieria, i raid aerei; creare corridoi umanitari; aprire la porta alla diplomazia «per portare speranza ai luoghi più vulnerabili al Covid-19». Un virus che ha già colpito 180 paesi, con 300mila casi e oltre 12.700 morti nel mondo.

Invocazioni e cruda realtà

Siria. Dopo aver negato di avere casi positivi nel paese, domenica il governo di Damasco ha parlato di due persone contagiate in Siria. I timori, anticipati dalle denunce di casi sui social e dalle chiusure imposte nel Rojava e nel resto del paese, crescono viste le condizioni in cui si trova la sanità siriana, devastata da nove anni di guerra e da continui bombardamenti sugli ospedali. Nei giorni scorsi Damasco ha chiuso scuole, parchi, ristoranti, avanzato l’idea di un’amnistia e ordinato la chiusura dei forni: il pane è distribuito a casa. Egitto:  lo stesso presidente Al Sisi avrebbe passato 14 giorni in quarantena con la famiglia dopo contatti con due generali morti a causa del coronavirus. Situazione sanitaria estremamente preoccupante nel Paese.

Gaza, ora i bombardamenti del virus

«La notizia che tanto temevano è arrivata, sapevamo che era solo questione di tempo». La denuncia del direttore dell’ospedale Al Awda, il dottor Ahmad Mohanna ascoltato da Michele Giorgio, di Nena News. Primi casi positivi, due palestinesi rientrati dal Pakistan e ora in quarantena. «Ci stiamo impegnando tutti, coscienti che non saremo in grado di affrontare una possibile diffusione massiccia del coronavirus. In tutta Gaza abbiamo solo 48 terapie intensive, il ministero riuscirà ad arrivare a 70 ma in ogni caso non sono sufficienti per assistere un numero elevato di contagiati in condizioni gravi».
«La situazione della sanità a Gaza, conclude, «è lo sbocco ovvio di 13 anni di assedio del nostro territorio e di tre guerre (israeliane) contro Gaza».

La doppia guerra

Allestite due aree di quarantena per prevenire i contagi di ritorno e altre 17 strutture simili nel resto di Gaza. Scarseggiano però i farmaci salvavita, le attrezzature, laboratori adeguati, kit per i tamponi, tute, guanti e mascherine per proteggere i medici. Non sarà facile mettere in piedi, in caso di necessità, in ospedali spesso fatiscenti, aree isolate dove curare gli ammalati. E non si può non ricordare quanto sia penalizzante per il sistema sanitario la cronica mancanza di energia elettrica sufficiente.

Contagi in galera

«Immaginiamo due milioni di esseri umani che vivono in 365 kmq, circa 5400 persone per kmq, il luogo più densamente popolato del pianeta. Gli abitanti di Gaza sono confinati in una gabbia dalla quale non possono fuggire», denuncia il dottor Angelo Stefanini, ex direttore dell’Oms nei Territori occupati e volontario a Gaza. Secondo il ministero della salute palestinese, 53 casi di coronavirus sono stati confermati nella Cisgiordania occupata.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno. Visualizza più articoli

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