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Resistenza domiciliare

Due o tre pagine al giorno, dieci minuti di notizie e commenti per ogni tg bastano e avanzano per per raccontare in un giornale tutto quello che è utile e interessante sapere, sia sul virus che sulle sue conseguenze. Per non contribuire alla psicosi di donne, uomini e investitori finanziari, salvaguardando almeno la salute mentale e la consapevolezza che nel frattempo accadono al mondo disastri, guerre e perfino malattie ancora più gravi (nandocan).

***di Massimo Marnetto, 22 marzo 2020 – La normalità protratta nel tempo si svaluta: diventa routine. Ma appena viene turbata, riacquista il suo prezioso valore. Ora ci manca il nostro palinsesto che scorreva quasi in automatico: caffè – traffico – lavoro – pausa pranzo – lavoro – traffico – cena – chiacchiere in famiglia – tv – spazzolino – letto. Già pregustiamo il dopo, quando tutto finirà e tutto ricomincerà. Come prima.

Già, ma quando? Questa è una domanda che non fa bene porsi. Perché distoglie energie dal presente. Quello che ci vuole invece sono le emozioni positive. Magari un po’ retoriche come i video con bandiere italiane, monumenti, musica in crescendo e il “ce la faremo!” finale nel cielo blu. Evitare invece d’intossicarsi di Tg, Approfondimenti, Esperti… tutti con un solo messaggio: stiamo messi male. Lo sappiamo. Stiamo a casa per questo. Ma rosolarci per ore nell’ansia dei bollettini nefasti – con tutto il rispetto – non serve. Quindi Tg, q.b. (quanto basta), ginnastica q.b., scale a piedi per buttare la spazzatura e fare la spesa (con calma), buone letture, musica e hobby a volontà.

Mai sottovalutare, però, il rispetto del “territorio” degli altri residenti coatti. Guai entrare in una stanza dove un familiare si è “ritirato” senza bussare: stiamo invadendo il suo spazio vitale e ormai lavorativo; una negligenza che scatena l’aggressività primordiale dall’amigdala, la parte più animale del nostro cervello con competenze essenziali (cibo, ruolo, sesso, territorio). Usiamo invece la parte evoluta della materia grigia per ricordarci la motivazione civile di questo disagio: aiuta. Immaginiamo di partecipare ad una grande manifestazione “diffusa”; siamo milioni, non in piazza, a casa, ma con lo stesso intento: uscirne insieme. E anche se non lo sentiamo, stiamo scandendo in questa folla oceanica lo stesso slogan: Hasta la normalidad… Siempre!

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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