Multilateralismo in crisi ai tempi del Coronavirus

***di Livio Zanotti, 22 marzo 2020 – Nella micidiale invisibilità con cui il coronavirus sta sconvolgendo anche il continente americano, la conferma a maggioranza dell’uruguaiano Luis Almagro a segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) ne certifica la grave frattura interna. Riflesso di quella già esistente di fatto nei rapporti tra singoli paesi e più in generale del teso clima interamericano. Cinque anni fa, Almagro era l’unico candidato e fu eletto praticamente all’unanimità. Malgrado i dissensi e le asprezze intervenuti nel frattempo, in più d’una capitale speravano comunque che l’OSA potesse restare uno spazio di dibattito multilaterale grazie al quale attenuare contrasti e facilitare intese. Anche sul versante transatlantico, nelle relazioni con l’Europa. Questi furono del resto gli auspici che ne accompagnarono la nascita, 72 anni fa: il rafforzamento della pace attraverso il dialogo e lo sviluppo nel rispetto dei diritti umani e della democrazia.

Tutti gli indicatori economici latinoamericani stanno precipitando; né vanno meglio quelli di Stati Uniti e Canada (fatti salvi, ovviamente, i loro ben diversi livelli di sviluppo e capitalizzazione). Alla necessità di trovare almeno un minimo di sintonia per far fronte comune alla spietata recessione economica che già incombe, nessuno obietta. La Commissione Economica delle Nazioni Unite per l’America Latina (Cepal) avverte che questa del Covid19 sarà una delle peggiori crisi della storia.

La regione è cresciuta lo 0,1 per cento nel 2019. Si trovava cioè in piena stagnazione. Il modesto 1,3 per cento di crescita previsto per quest’anno è stato rivisto e rovesciato in un meno 1,8: decretando la piena recessione. Che porterà un brusco aumento della già pesante disoccupazione e del debito pubblico. E conseguentemente, secondo tali stime, purtroppo del tutto attendibili, a un incremento dei poveri da 185 a 220 milioni; e delle persone in estrema indigenza da 67,4 a 90 milioni.

Il drastico taglio delle attività produttive, dall’industria ai servizi, al commercio e alla pubblica amministrazione, imposto dalle misure sanitarie indispensabili a circoscrivere la contagiosità del coronavirus in Latinoamerica, si scarica a valanga su una congiuntura già gravemente compromessa dalla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Ulteriormente aggravata da quella tra i massimi produttori di energia a cominciare dagli stati esportatori di petrolio, Arabia Saudita e Russia in testa.

Impossibile da compensare con la produzione agricola, che pure ha goduto in generale di favorevoli condizioni meteorologiche. Ma i cui prezzi internazionali, al pari di tutte le altre commodities, sono spinti al ribasso dalla contrazione dei mercati, causata dalla minore capacità d’acquisto della Cina e di quasi tutti gli altri acquirenti del sudest asiatico. E’ un quadro che a parere degli esperti della Cepal e della Brookings Institution richiedono un ripensamento totale dell’economia, quindi della politica.

Con Almagro alla guida, l’OSA non offrirebbe il ruolo superpartes che paesi come Messico e Argentina, la quasi totalità di quelli centroamericani, e pur meno esplicitamente anche il Perù, ritengono indispensabile per farne il garante di accordi che nell’eccezionalità del momento possano superare le divisioni politiche per trovare accordi economici, finanziari e commerciali anche parziali e a medio termine. Proposto e sostenuto dalla Colombia di Ivan Duque e dal Dipartimento di Stato di Washington, Almagro era notoriamente un candidato divisivo.

Non per la sua battaglia contro il presidente venezuelano Nicolas Maduro, che trova più consensi che obiezioni, sebbene presenti qualche contraddizione con i principi dell’OSA. Bensì per la sua aperta disponibilità a un intervento degli Stati Uniti in Venezuela nel corso della crisi alimentare dell’anno scorso. Il Messico non cessa di contestare anche il riconoscimento OSA dell’inviato di Juan Guaidó, che pur con il beneplacito di decine di paesi non cessa di essere un presidente della Repubblica autoproclamato.

Autorevole ministro degli Esteri del governo di centrosinistra dell’Uruguay, al tempo presieduto da  Pepet Mujica, Luis Almagro ha visto cadere progressivamente i consensi conquistati nel subcontinente a partire dal disconoscimento espresso dal suo ex capo di stato. In una lettera divenuta pubblica, Mujica concludeva: ”Non posso che stigmatizzare il cammino in cui ti sei cacciato e che vedo irreversibile, pertanto considera questo il mio formale addio”. Una rottura politica che oggi sembra riflettersi nell’intero panorama latinoamericano, insidiato dalla mortale pandemia del Covid19.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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