Se manca l’acqua

A chi, tra i cattolici tradizionalisti e i “laici devoti”, protesta per la “tentata chiusura” delle chiese e la sospensione di messe e funerali in ottemperanza al divieto di assembramento  Raniero La Valle propone una fede dal volto umano e probabilmente – sia detto con tutta la prudenza di un “laico” – anche più cristiano, quella che antepone “ai templi e ai riti” l’invito ad “adorare Dio in spirito e verità” (nandocan)

***di Raniero La Valle, 18 marzo 2020* –I poveri della Chiesa che è di tutti ma soprattutto dei poveri, sono costernati perché hanno letto sulla “Repubblica” che senza eucaristia domenicale per i cristiani non è possibile vivere, e lo dice un maestro autorevole. Poiché essi sono poveri, non vivono nei santuari o nei monasteri, non abitano né in seminari né in case del clero ma nelle loro case chiuse per virus, e se poi stanno in Amazzonia o in altre terre cristiane depredate ma prive di clero l’Eucaristia domenicale non se la possono nemmeno sognare, sono turbati a sentirsi dire che così non possono neanche vivere, e in ogni caso non da cristiani. Dunque per loro, e sono tanti, il Signore sarebbe venuto e morto invano.

La cosa è seria e quindi non si può passare oltre senza sentirsi interrogati, senza cercare, se c’è, un’altra risposta per i poveri e per i piccoli che noi tutti siamo. Ed è tanto più necessario perché insieme a questo lamento per la mancanza dell’Eucarestia e dei segni materiali degli altri sacramenti, si levano qua e là appelli “alla Chiesa” perché in questa tragedia della pestilenza si faccia sentire, alzi la voce, dica parole forti, “parole di verità”, faccia gesti esemplari di invocazione e di supplica, organizzi preghiere e salga sulle guglie, come se nei tempi normali la Chiesa non parlasse e non si facesse Parola, non trasmettesse verità, non pregasse, non invocasse il perdono e non supplicasse il Dio della misericordia, e come se oggi fosse ancora più inadempiente.

Naturalmente non c’è da scandalizzarsi per queste posizioni esigenti e ansiogene che potrebbero ancor più turbare i fedeli. Niente di nuovo; del resto, anche i migliori possono forzare le cose di Dio. Basta pensare a san Tommaso che sosteneva che un bambino morto nel deserto senza che si trovasse acqua per battezzarlo non si sarebbe salvato in eterno, ciò che davvero era “pelagiano” perché presupponeva come inderogabile un’opera umana. E basta pensare al giudizio tagliente di san Paolo sui Giudei che chiedono miracoli e i Greci che cercano la sapienza mentre noi annunciamo Cristo crocifisso, per vedere come ci sia un’eccedenza, una pretesa mondana che non si fida dell’agire di Dio, lo vuole integrare e sostituire, non si accorge di quella spoglia semplicità dell’operare di Dio a cui non a caso si è richiamato papa Francesco nell’omelia di lunedì scorso a Santa Marta.

Anche in questo frangente papa Francesco deve reggere l’urto: da un lato ammonisce i vescovi, a cominciare dal suo vicario a Roma, che le misure drastiche come quelle di chiudere le chiese “non sempre sono buone”, dall’altro mostra una straordinaria sobrietà per non incoraggiare derive miracolistiche e magiche. Una cosa è infatti che la Chiesa pensata da Francesco come ospedale da campo non chiuda le porte proprio quando la società intera è diventata un ospedale, una cosa è che i preti come i ministri dell’altra salute stiano sulla breccia a soccorrere e consolare i fedeli, e altra cosa è pretendere che le assemblee si radunino per i riti, dalle Messe alle “lectio divine”, alle novene, ai “Sepolcri” (e i tradizionalisti dicono anche le piscine di Lourdes), con la motivazione che la religione con i suoi riti è libera dalla legge e non deve pagare dazio agli “adempimenti burocratici” e all’interesse comune di tutti i cittadini. Qui davvero Dio è occultato dal sacro.

Un assembramento che sarebbe un delitto se fosse per una “movida” sarebbe invece un sacrosanto diritto e dovere se fosse per una Messa o per una veglia, come se i corpi non fossero gli stessi: e ai “laici”, ai comuni cittadini, chi glielo va a dire? È piuttosto un’icona di santa obbedienza il papa che da solo percorre il deserto di via del Corso verso la chiesa dei Servi di Maria per invocare il Crocefisso, portando la veste bianca quale un cilicio, come ha scritto Antonio Padellaro sul “Fatto”.

Un certo intransigentismo cattolico che sostiene l’irrinunciabilità delle Messe e delle altre celebrazioni in comune è anche figlio di un tempo in cui la Chiesa si fondava più sul potere che sull’Eucaristia, e la Bibbia era stata tolta di mano al popolo cristiano; e ora che la Chiesa ha dato ragione ai riformatori più illuminati e kerigmatici riconoscendo come fonte e culmine di tutto Eucarestia e Scrittura, essi vivono come un’infedeltà se non un’apostasia il venir meno di questa evidenza visibile. Non era “la scelta religiosa” la riforma più avanzata che la Chiesa potesse fare? E ora come rinunciarvi?
La verità è che all’ora delle grandi prove non ci vuole più religione, ma più fede. E la fede consiste nel non dire mai più, di fronte alla “disgrazia”, “e Dio dov’è? dov’era?”, ma nel sapere che proprio allora sovrabbonda la grazia.

La difficoltà sta nel fatto che come deve essere la Chiesa lo chiediamo alle nostre culture, alle nostre téologie o ai nostri perfettismi e non al Vangelo. Ma proprio nella prima domenica in cui l’Eucaristia non si è potuta celebrare in comune (e invece sì, collegati o non collegati si fosse, quella del cuore) il Vangelo raccontava che Gesù in un contesto che più laico e comune non poteva essere, diceva alla donna samaritana che sarebbe venuto il tempo di adorare Dio non nel tempio di Gerusalemme o in quello alternativo costruito sul monte Garizim, ma i veri adoratori avrebbero adorato Dio in spirito e verità. Qualcuno ha pensato che Gesù volesse parlare di un tempo, chissà quanto lontano, in cui la pura fede avrebbe preso il posto della religione e perciò non ci sarebbe stato più bisogno di templi e di riti. Ma Gesù aveva detto invece: viene un tempo ed è questo. È questo il tempo in cui continua la religione, continuano a esserci i templi ed i riti, e anche l’Eucaristia e i funerali e gli altri sacramenti, ma questi a nulla varrebbero senza Spirito e senza verità e, come ha detto un’altra volta, senza perdono e riconciliazione tra i fratelli; un tempio senza fede è nulla, ma adorare Dio in spirito e verità anche se non c’è tempio né rito né clero è tutto, e anzi, dice Gesù, fatelo anche nella vostra camera quando nessuno vi vede.

Nessuna pulsione iconoclasta in ciò: le grandi risorse devozionali e sacramentali dell’istituzione religiosa, nella dovuta discrezione e discernimento, restano tutte, però sono nel regno del relativo, del medicinale, del pedagogico, e anche del necessario, ma non come assoluti terreni.
Il monaco più santo che abbiamo conosciuto, padre Benedetto Calati, il camaldolese, quando fu raggiunto dalla morte fu prevenuto da un monaco suo discepolo, che poi ne ha dato testimonianza, che gli disse: “Padre, è venuto il momento: vuole l’Estrema Unzione?”. E padre Benedetto, con un sorriso luminoso ma ormai un po’ anche ironico, gli rispose: “Innocenzo! Ancora pensi a queste cose!”. Come a dire: dopo tutti quei Salmi!

*dal sito chiesadituttichiesadeipoveri.it, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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