Lavorare da casa è meglio o peggio?

Dal punto di vista del lavoratore, s’intende. Dal punto di vista della collettività, tenendo conto dei benefici per l’ambiente,  la risposta favorevole prevarrebbe forse su quella contraria. Da quello del datore di lavoro, pubblico o privato che sia, si porrebbe certo il problema di un controllo di produttività. Accanto alla tentazione di infierire con le pretese sulla medesima senza più il limite di un ragionevole orario di lavoro. Ma vediamo come risponde stamani alla domanda Massimo Marnetto.(nandocan)

***di Massimo Marnetto, 15 marzo 2020 – Sembra una domanda oziosa, ma dalle conversazioni (a distanza) tra amici escono cose interessanti. “C’è il vantaggio incredibile della flessibilità – mi dice un’amica che si occupa di gestionale – ma con i figli in casa, vengo distolta troppo spesso. Tutto sarebbe più efficace con loro a scuola o se fossi single”. Un’insegnante la considera una soluzione d’emergenza, “ma non può mai sostituire il contatto fisico con gli studenti. Noi li dobbiamo coinvolgere per farli apprendere. Nel nostro mestiere ci sono le nozioni, ma passano solo se viaggiano sulle emozioni”. Decisamente favorevole l’amico – con figli grandi – che si occupa di progettazione europea: “E’ una meraviglia. Niente traffico per andare in ufficio, cosa che per noi su due ruote a Roma significa più aspettativa di vita. La conciliazione dei tempi privati con quelli lavorativi è perfetta. C’è solo una, come dire.., “sovraesposizione” con mia moglie, anche lei in lavoro agile, che scarica la sua tensione lavorativa nell’altra stanza, ma mi agita lo stesso”.

In generale, tutti sono contenti di essere diventati più abili nelle relazioni digitali, ma il test è troppo falsato dall’anomalia del virus per poterne giudicare i veri effetti. Tuttavia, per molti, rimane l’esigenza di avere due luoghi separati, per fare due cose separate: un vantaggio di concentrazione nel lavoro e la possibilità di “staccare” quando sei a casa. Per quanto mi riguarda, sono favorevole al lavoro remoto, se le prestazioni sono ben definite. Se invece, il progetto non prevede adempimenti standardizzati, ogni avanzamento di fase richiede un confronto con la squadra e la vicinanza fisica ancora aiuta. Una cosa è certa: il lavoro agile è amico dell’ambiente e l’aria urbana non è mai stata così pulita. Ma proprio in questo momento magico i parchi sono chiusi e le passeggiate (giustamente) contingentate. Pazienza, dopo l’eclissi virale, ci rifaremo per il tempo libero; ma il tempo lavorativo non sarà più lo stesso.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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