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Mercoledì da peoni

Sarei d’accordo con Massimo nell’auspicare un Parlamento “aperto a oltranza”, ma non “magari tutti con le mascherine o persino con tute sigillate bianche” come se fosse una concessione e non invece una condizione per evitare il rischio che rientrando nei loro collegi facilitino la diffusione del contagio su tutta la popolazione. Ciò detto, pur invitando a tutte le cautele possibili e immaginabili, non vedo proprio perché concedere ai parlamentari una riduzione delle presenze che non è concessa agli altri lavoratori ( trasportati e trasportatori), pubblici e privati (nandocan)

***di Massimo Marnetto, 7 marzo 2020 – Considero inaccettabile che l’attività del Parlamento sia ridotta all’unica seduta del mercoledì. Le Camere sono il cuore del Paese e di fronte a questa crisi dovrebbero funzionare di più, non di meno. Perché c’è maggior bisogno di guida del Paese. E’ stato lodato il capitano che è sceso per ultimo dalla nave di crociera, pur rischiando il contagio, perché ha dato un forte segnale di responsabilità. I parlamentari, invece, se la squagliano davanti all’emergenza, nell’ennesimo 8 Settembre nazionale.

Ben altra immagine invece darebbe l’indicazione di un Parlamento “aperto a oltranza”, per non lasciare l’Italia senza comandante. Magari tutti con le mascherine o persino con tute sigillate bianche, ma al loro posto di comando, in cooperazione con il Governo e sotto la vigile sorveglianza della Presidenza della Repubblica, perché la Nazione lo richiede. Questo sì, che sarebbe un segnale di fiducia: il Parlamento non si svuota col “tutti a casa”, ma raddoppia l’impegno di chi ha la responsabilità di guidare il Paese. Scenderà dall’emergenza per ultimo. Con disciplina e onore.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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