Ritiro

Le misure adottate dal governo, su consiglio degli scienziati, per fermare o almeno rallentare la diffusione del Corona virus hanno ragione di essere e chiedono la collaborazione di tutti. Marnetto, come stamani anche Michele Serra dalla sua “amaca”, invita ad approfittare della sospensione delle lezioni ed altre occasioni di incontro per imparare ad apprezzare il silenzio. Trent’anni fa sarebbe stato possibile. Personalmente dubito che dal silenzio forzato nasca un silenzio amato, a meno che non si tratti del dialogo silenzioso con lo smartphone (nandocan)

***di Massimo Marnetto, 5 marzo 2020 – Con la sospensione dell’insegnamento e di molti eventi, mezza Italia entra in una sorta di ritiro involontario. Ovvero la dimensione dove per favorire la concentrazione, si interrompe l’evasione, con isolamento e silenzio.

Ci sono persone che passano la vita a scappare proprio da questa condizione. Per questi “silenziofobi” vige la sequenza serrata lavoro-aperitivi-cene-shopping-viaggi-lavoro. Fare “mille cose” è un must. “Non avere tempo” uno status. La rapidità, una virtù. L’emergenza, una conferma di dinamismo. La tv sempre accesa, una compagnia. La radio in macchina che parla da sola, un’abitudine. Ora che il coronavirus ha imposto un rallentamento forzato, il silenziofobo vede molte vie di fuga interdette. Per lui, è l’occasione insperata per accostarsi al silenzio, senza paura. E chiedersi, finalmente, se fuggire dalla crisi di senso della propria vita abbia ancora senso.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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