Non si trova l’imbroglio elettorale di cui l’OSA ha accusato Morales

***di Livio Zanotti, 29 febbraio 2020* – Il golpe in Bolivia c’è stato, con decine di morti, centinaia di detenuti e profughi politici. Il pretesto dei golpisti -presunti brogli di Evo Morales nelle ultime elezioni -, non trova riscontro. Non sarà la smoking-gun, come dicono gli specialisti americani che l’hanno cercata -la pistola fumante-, la prova regina della buona fede di Evo Morales e di quella meno buona dei suoi accusatori. Restano le forzature costituzionali dell’ex presidente per presentarsi ancora una volta candidato, dopo 14 anni di sia pur eccezionalmente positivi risultati di governo. E le necessità della democrazia di vedere rispettate lettera e procedure di cui nutre i propri principi.

Ma l’autorevolezza della conclusione cui sono giunti gli specialisti del Massachusetts Institute of Technology, il politecnico di fama mondiale dove sono state esaminate le sequenze degli scrutini elettorali del 20 ottobre scorso comparandone i ritmi statistici, non offre il minor conforto e anzi smentisce la fondatezza dell’intervento dell’uruguayano Luis Almagro, segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA). E’stata la sua denuncia a fornire ai nemici storici della legalità repubblicana e dell’indio Evo Morales, le élites delle provincie orientali e i loro alleati nei comandi militari, l’occasione da tempo attesa per costringerlo alla fuga.

John Curiel e Jack Williams, responsabili della ricerca dell’Election Data and Science Lab dell’MIT, affermano che nelle elezioni presidenziali dell’ottobre scorso in Bolivia “non si rintraccia alcuna evidenza statistica fraudolenta”. E riprendendo il loro referto The Washington Post (27.02.20) pubblica che il relativo comunicato dell’OSA “risulta profondamente carente e parziale”. Enumera infatti scrupolosamente episodi di schede bruciate, rinvio di voti a server sconosciuti e nomi di votanti ripetuti: circostanze ritenute rintracciabili in quasi tutte le consultazioni elettorali non solo sudamericane. Ma che generalmente non sommano irregolarità tali da inficiare la validità della consultazione.

Il fatto più rilevante e indicato dall’OSA come decisivo è la sospensione del TREP, il sistema di comunicazione diretta dello scrutinio, alla ripresa del quale il flusso dei voti in favore di Morales e del Movimiento al Socialismo (MAS), il suo partito, avrebbe inspiegabilmente compiuto un balzo in avanti, intensificandosi. Gli specialisti dell’MIT affermano in proposito che tra prima e dopo la pausa “non è stata rilevata nessuna variazione statisticamente significativa (…) in cambio appare molto probabile che il candidato Morales abbia superato già nel primo turno il richiesto vantaggio del 10 per cento sul suo più immediato competitore”.

In questo caso, ritenuto probabile dai ricercatori, quattro mesi fa Morales sarebbe effettivamente stato eletto ancora una volta al vertice dello stato. Poiché la legge boliviana prevede che se un candidato ottiene il 40 per cento dei voti e il suddetto margine di vantaggio sul secondo (in questo caso Carlos Mesa, anch’egli ex presidente), non è necessaria la maggioranza assoluta per vincere. E’ quanto egli ha sempre sostenuto e ribadisce adesso. Spiegando che solo le fortissime pressioni a cui è stato sottoposto dopo le accuse dell’OSA lo hanno indotto ad accettare di indire nuove elezioni, nella speranza di evitare così il golpe e convinto di tornare a vincerle.

A tal punto da dirsi convinto che malgrado tutto a vincere le elezioni indette per il prossimo 3 maggio sarà il candidato da lui proposto alla testa del MAS, Luis Arce, il suo ex ministro dell’economia. Attualmente i sondaggi lo danno al primo posto nelle intenzioni di voto con qualcosa più del 31 per cento, mentre i suoi avversari che si presentano divisi appaiono molto distaccati. Il loro calcolo è quello di riunire poi le forze al ballottaggio sul più votato; ma Morales pensa che sbaglino, perché non ci sarà ballottaggio, il 3 maggio Arce sarà già Presidente. Non scalfito da tanta sicurezza, Luis Almagro (che il 20 marzo saprà se sarà stato confermato all’OSA) ribadisce le sue accuse.

*Ildiavolononmuoremai.it

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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