Capisco

282 i casi finora accertati dall’Istituto Superiore di Sanità. 650 quelli accertati con i tamponi faringei dalla Protezione Civile. Può darsi che l’ISS sia in leggero ritardo con le validazioni ma la distanza fra le cifre è enorme. L’utilizzo inappropriato dei tamponi per la diagnosi avrebbe fatto la differenza. Certo è che il protagonismo di alcuni amministratori regionali e l’irresponsabile superficialità di molti titoli di giornale hanno portato confusione, allarmismo ingiustificato e gravi danni alla nostra economia. Danni che gli scienziati e l’ottimo ministro Speranza provano ora, con qualche ritardo, a ridimensionare. Noi ci proviamo con l’ironia di Marnetto (nandocan).

***di Massimo Marnetto, 28 febbraio 2009 – Sono al Nord, in una tranquilla parte fuori da zone rosse. La signora del B&B mi accoglie con guanti di lattice e mascherina, tutta vestita di bianco. Istintivamente penso che nella graziosa struttura di accoglienza ci sia anche una sala operatoria, da dove si sia momentaneamente allontanata la ostessa-chirurga che ho davanti mentre era in corso un intervento a cuore aperto, per darmi le chiavi della stanza e spiegarmi come funziona la caffettiera. Mi chiede subito la provenienza (Roma le sta bene). Con un sorriso solo occhi che si affaccia dalla mascherina, si scusa e spiega la necessità di tanto rigore.

Poi detta la “procedura” per la tazza che userò per il cappuccino: “La dovrà mettere là, perché quella è la zona degli oggetti da trattare con un disinfettante speciale”. Nonostante un po’ di infiammazione alla gola, mi sforzo come un matto per non tossire. Se mi sfuggisse un solo colpo, m’immagino lo sguardo imperativo dell’ostessa verso una telecamera nascosta e l’irruzione di una squadra di accalappia-untori tutti in bianco pure loro, che mi catturerebbe con un retino in testa, immobilizzandomi e segregandomi in un buio anfratto insieme a legna accatastata, ragnatele e una vecchia bicicletta arrugginita. E’ la prima volta che mi sento oggetto di diffidenza sanitaria. Capisco, ma spero che tutto questo finisca presto.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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