Frasine e faccine

Questo dell’ignoranza associata alla semplificazione fino alla banalità costituisce un vero handicap per la comunicazione in generale e per quella politica in particolare. Per non parlare della volgarità e dell’odio che si mescola quotidianamente ai commenti che ognuno di noi può leggere sui social network a cominciare da Facebook , in parte scoraggiando anche quanti vogliono trarre giovamento dalle indiscutibili potenzialità dei nuovi media. E a questo riguardo colgo l’occasione per informare quanti ancora non ne fossero al corrente, dell’iniziativa “Parole, non Pietre“, che Articolo 21, con Fnsi, UsigRai, Ordine dei Giornalisti del Lazio e tante altre realtà, ha organizzato per il 28, 29 febbraio e 1 marzo a Romacon la sessione di apertura presso la sede di Civiltà Cattolica, e con una serie di incontri in luoghi simbolo di dialogo della Capitale (nandocan).

***di Massimo Marnetto, 19 febbraio 2020 – Sette persone su dieci non leggono il giornale (fonte: Audipress). Sei su dieci, non hanno letto un libro in un un anno (Istat). “Non ho tempo” mi dice un conoscente, che però è attaccato al suo smartphone in modo maniacale, per leggere e scrivere tutto il giorno frasine e faccine. Siamo un popolo sempre più selfie e sempre meno rivolto agli altri. Si chatta di più, ma si discute di meno. Così la dimensione di comunità, si atrofizza. Senza giornali, si rinuncia a capire (faticoso) da commenti intelligenti e ci si accontenta di percepire (comodo) dalle sintesi inconsistenti.

I politici lo sanno e ci assecondano con le frasette-dieci-secondi. Opposizione: “Basta con i litigi del Governo. Loro non fanno niente, noi faremo tutto. Elezioni subito. Con noi meno tasse e più lavoro”. Governo: “Stiamo cambiando il Paese. Gli italiani hanno di più, ma non basta. Con noi meno tasse e più lavoro”.
La qualità degli eletti dipende dalla qualità degli elettori. Il sonno dell’informazione genera mostri.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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