Questione di civiltà per il futuro del continente africano · Rafforzare la lotta contro le malattie tropicali neglette ·

Alla risonanza mediatica per i rischi connessi alla diffusione del Coronavirus non corrisponde purtroppo l’attenzione adeguata del cosiddetto mondo civile verso le Malattie tropicali neglette (Mtn), trascurate dalla ricerca e dall’assistenza sanitaria da parte del mondo benestante, quello che per respingere gli immigrati dichiara di volerli aiutare “a casa loro”, malattie dai nomi per noi sconosciuti che ogni anno procurano in Africa centinaia di migliaia di morti soprattutto tra i bambini (nandocan)

***di Giulio Albanese, 11 febbraio 2020* – Di questi tempi, com’è giusto che sia, vi è una grande attenzione da parte della comunità internazionale nei confronti dell’infezione generata dal coronavirus. Trattandosi di un fenomeno epidemiologico che ha riguardato, dal punto di vista casistico, molti paesi, a partire dalla Cina, la risonanza mediatica, a livello planetario, è stata significativa. Purtroppo, non è così per le cosiddette Malattie tropicali neglette (Mtn) che affliggono quelle che Papa Francesco chiama pertinentemente «periferie del mondo».

Istintivamente si potrebbe essere portati a pensare che l’aggettivo “negletto” si riferisca a patologie ormai debellate e invece le cose non stanno affatto così perché il significato è di segno opposto. Stiamo infatti parlando di malattie che sono finite nel dimenticatoio, dunque trascurate perché estranee al mondo occidentale o comunque benestante e conseguentemente ignorate dall’areopago dell’informazione main-stream. Ecco alcuni esempi che riguardano l’Africa sub-sahariana e in termini generali i paesi caldi. Chi ha mai sentito parlare delle Geoelmintiasi? Si tratta di patologie intestinali, causate da specie molto diverse di vermi (nematodi) con cicli di vita diretti che prevedono la disseminazione nell’ambiente di uova o di larve del parassita con le feci della persona infestata. Causano morte per anemia, carenza di vitamina a e perdita di appetito. Quando la quantità di vermi nel corpo di un bambino diventa eccessiva, i parassiti bloccano l’intestino, con esiti fatali. Oggi le Geoelmintiasi sono per lo più diffuse soltanto nel mondo tropicale, e complessivamente si stimano circa 140.000 decessi l’anno. E cosa dire della Filariosi linfatica, conosciuta come elefantiasi? Essa provoca deformità fisiche ed è trasmissibile attraverso la puntura della zanzara. Un altro sottotipo di filariosi è l’Oncocerchiasi, detta anche “cecità dei fiumi” o oncocercosi, causata dall’infezione provocata da un verme, l’Onchocerca volvulus. Procura cecità e si verifica soprattutto nell’Africa tropicale tra il 15° parallelo nord e il 13° sud (alta endemicità in Burkina Faso e Ghana).

Lo scenario globale, per quanto concerne queste patologie, è oggi più che mai allarmante, nonostante i programmi di contrasto avviati da numerose e benemerite organizzazioni umanitarie internazionali. Sebbene il monitoraggio delle Mtn risulti difficile, si ritiene oggi che circa un miliardo di persone nel mondo, siano afflitte da queste patologie e patiscano gli effetti della conseguente emarginazione sociale. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) include nella lista delle Mtn 17 patologie ed elenca alcune caratteristiche che le accomunano. Anzitutto esse rappresentano un indicatore di povertà delle popolazioni; colpiscono soprattutto popolazioni con basso livello di visibilità e con poco potere politico, tendono a non diffondersi geograficamente; causano stigma e discriminazione, soprattutto a discapito di ragazze e donne; hanno un importante impatto sulla morbosità e mortalità; sono trascurate dalla ricerca; possono essere controllate, prevenute e probabilmente eliminate utilizzando strategie efficaci, fattibili e con costi contenuti.

Da rilevare che nel 2002, grazie ad una conferenza indetta da Medici senza frontiere (Msf) a New York, si è finalmente cominciato a parlare di «crisi delle Mtn» e della grave carenza di medicine efficaci, ma soprattutto economicamente accessibili per il trattamento farmacologico. Fino ad allora, infatti, venivano considerate malattie neglette solo tre “big three”: Aids, malaria e tubercolosi verso le quali è stata diretta per anni l’attenzione globale e le principali strategie economiche. Sta di fatto che ancora oggi, purtroppo, molte delle Mtn vengono trattate con farmaci tossici che generano gravi effetti collaterali. Questo è dovuto in gran parte al grande impulso che è stato dato ai farmaci diretti verso le patologie croniche, tipiche dei paesi industrializzati (basti pensare al diabete o all’ipertensione), dove i margini di guadagno sono nettamente maggiori rispetto a quelli delle Mtn. Inoltre, bisogna considerare la sperequazione tra il potere d’acquisto dei paesi colpiti dalle Mtn, molti dei quali africani, e il costo dei farmaci sul mercato. In particolare, le popolazioni affette dalle Mtn non hanno accesso alle cure necessarie, perché emarginate a causa della povertà.

Lo scorso novembre si è svolto ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti (Eau) un Forum internazionale sul tema delle Mtn a cui ha preso parte tra gli altri la dottoressa Mariella Enoc, presidente dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma e per l’occasione inviata speciale del Santo Padre. Nel corso dei lavori è stato auspicato un rinnovato impegno da parte della comunità internazionale nella lotta contro le Mtn. È stato infatti ampiamente dimostrato che, attraverso adeguate reti di servizi medici di prevenzione, diagnosi e cura, esse sono medicabili con trattamenti a buon mercato. In quella circostanza, la presidente dell’“ospedale del Papa” ricordò che «la Santa Sede auspica un rinnovato impegno da parte del consesso delle nazioni, attraverso un’azione politica globale protesa alla realizzazione di programmi sanitari, assistenziali, sociali ed educativi per le persone affette da malattie tropicali neglette». Ma perché si possa realmente passare dalle buone intenzioni ai fatti concreti, la presidente Enoc sottolineò quanto sia «necessario unire tutte le forze per studiare a fondo i problemi, stabilendo congiuntamente le azioni più efficaci con lo scopo di renderle attuative». Una sfida, dunque, che deve essere condivisa: questione di civiltà, che il consesso delle nazioni ha l’obbligo di ottemperare.

*dall’Osservatore romano

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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