Pace bluff di Trump per Netanyahu contro i palestinesi e il buonsenso

Immagino che tra gli elettori americani non manchino quelli che si berranno questo annuncio sulla “pace del secolo”. A me, come all’amico Ennio Remondino nell’articolo che segue, preoccupa molto di più l’indifferenza dell’Europa e dell’Italia in particolare verso questa annessione strisciante della Palestina da parte di Israele, confortata dal sostegno di una grande potenza come gli Stati Uniti. Benché definitivamente passati da un sostegno travestito di mediazione allo Stato ebraico  alla benedizione esplicita dell’occupazione illegale a tempo indeterminato, gli Stati Uniti di Trump sembrano non incontrare resistenze o obiezioni nel resto del mondo occidentale. Anche sui maggiori quotidiani italiano, che in passato ospitavano spesso e volentieri la dura protesta dell’aristocrazia intellettuale israeliana contro la barbarie del Muro e il moltiplicarsi degli insediamenti di coloni, è raro incontrare manifestazioni esplicite di dissenso dal progredire dell’apartheid e della disperazione di milioni di palestinesi in un contesto già esplosivo come quello del Medio Oriente (nandocan)

*** di Ennio Remondino,  29 Gennaio 2020 – ‘Pace del Secolo’ ma è escluso un contraente ed è subito patacca

Un ‘Piano di pace’ a cui è presente uno solo dei due contraenti, Israele, che incasserà di fatto tutto o quasi concedendo poco o quasi nulla, e arbitro assolutamente screditato. «Uno stato ai palestinesi, Gerusalemme capitale d’Israele», annuncia Donald Trump, ma esagera come al suo solito e sa anche di mentire. In nominale ‘Stato palestinese’ con poco territorio e nessuna sovranità reale e prospettiva, il commento facile e diffuso di chi non è presente a Washington, mentre Netanyahu applaude. Poi i due alleati e amici si fanno soci in affari: miliardi di dollari a favore dei palestinesi e dintorni: «Ci sono molti stati pronti ad investire», ha assicurato Trump mercante ammiccando agli amici sauditi, che poi afferma di aver inviato una lettera al presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen sul piano di pace Usa, e ha evocato un tempo di 4 anni per negoziare (gli altri 4 anni della sua ipotetica presidenza)

Gerusalemme non è in vendita

«Gerusalemme non è in vendita, e i nostri diritti non si barattano», la risposta secca e dovuta del presidente palestinese Abu Mazen indignato. «Il Piano di Trump è aggressivo e provocherà molta ira», dichiara alla Reuters il portavoce di Hamas secondo cui la parte del Piano che riguarda Gerusalemme “non ha senso”. «Il piano di Trump è destinato al fallimento», rileva con facile immediatezza l’Iran. «Il vergognoso piano americano imposto ai palestinesi è il tradimento del secolo», denuncia il ministero degli esteri di Teheran. Sulla stessa linea gli alleati sciiti libanesi di Teheran, Hezbollah, secondo cui il piano Trump è «un tentativo di eliminare i diritti del popolo palestinese». Imbarazzati e imbarazzanti silenzi (‘prudenze diplomatiche’ le chiamano) da parte del mondo arabo sunnita, Arabia saudita alleata Usa di ferro in testa, e da parte di una afona Europa della Unione e non unita.

Giordania frena, Netanyahu esagera

«Gli Stati Uniti riconosceranno le colonie israeliane nei territori come parte di Israele», la traduzione successiva della ‘Pace del Secolo’ fatta dal premier israeliano Netanyahu anche lui in campagna elettorale. Secondo il piano, ha aggiunto, i rifugiati palestinesi non avranno diritto al ritorno in Israele. Netanyahu si è detto pronto a negoziare con i palestinesi un cammino verso un futuro Stato, ma a condizione che questi riconoscano ‘Israele Stato ebraico’. La nazionale etnico religiosa contro frammenti di popolazione palestinese rinchiusa e sparsa. Sola voce sensata fuori dalla propaganda, quella ministro degli esteri Giordano Ayman Safadi che ha messo in guardia dalle «conseguenze pericolose di qualsiasi misura unilaterale possa essere adottata da Israele e dalla imposizione di fatti sul terreno come la annessione di terreni, la espansione di insediamenti nei territori palestinesi occupati, e la violazione dei Luoghi Santi di Gerusalemme».

Trump e il diritto internazionale

«L’Accordo del secolo, il piano al quale l’Amministrazione Trump ha lavorato per quasi tre anni, a conti fatti è solo la negazione del diritto internazionale e del principio sancito dalle Nazioni Unite dell’uguaglianza dei popoli e del loro diritto alla libertà e alla dignità», la sintesi lapidaria ma difficilmente contestabile che fa Michele Giorgio, NenaNews. «Gli Stati uniti assegnano loro quasi tutto il territorio della Palestina storica a Israele. Ad eccezione di qualche frammento di terra entro i quali il presidente americano prevedono la nascita di uno Stato palestinese senza sovranità, senza controllo del suo spazio aereo e dei suoi confini (di fatto non avrà confini) che di fatto sarà sotto il controllo di Israele». Ai palestinesi una serie ‘bantustan’ in Cisgiordania e la Striscia di Gaza – collegati da una combinazione di strade e tunnel – che saranno chiamati «Stato di Palestina». Solo se Hamas disarmerà e i palestinesi rispetteranno una serie di rigide condizioni di sicurezza e di gestione amministrativa».

Trump e il gioco delle tre carte

‘Capitale vince, capitale perde, puntate signori…’. Spettacolo triste di truffa planetaria. Lo pseudo Stato di Palestina pensato da Trump -dice il tycoon- avrà come capitale Gerusalemme Est, la zona araba della città occupata da Israele nel 1967 assieme a Cisgiordania e Gaza. «Come ciò potrà avvenire è un mistero se, come ha enfatizzato, tutta Gerusalemme resterà la capitale indivisa dello Stato di Israele. Funzionari statunitensi spiegano che la capitale palestinese in realtà sarà soltanto in alcune porzioni periferiche di Gerusalemme est». Peggio, «sarà riconosciuta la sovranità israeliana sugli insediamenti coloniali ebraici in Cisgiordania (costruiti in violazione delle leggi internazionali) ma per quattro anni in essi non dovranno realizzarsi nuove costruzioni, per dare la possibilità alle due parti di definire con una trattativa i dettagli di un accordo globale». Ma su questo punto Netanyahu non applaude e se rimane non farà.

All’ultra destra israeliana non basta

Ma al consiglio delle colonie ebraiche, Trump non basta, e dichiara che non accetterà mai l’esistenza di uno Stato palestinese, anche se fantoccio. «considerando che diversi ministri israeliani sono essi stessi coloni e rappresentanti degli insediamenti, Netanyahu non può spaccare la coalizione di destra proprio durante la campagna elettorale per il voto del 2 marzo». Ed ecco che da subito Netanyahu applicherà la parte del piano che prevede l’annessione unilaterale della Valle del Giordano e delle ampie porzioni di Cisgiordania che le mappe presentate dall’Amministrazione Usa assegnano allo Stato di Israele. «Forse già la prossima settimana il governo Netanyahu metterà a punto una legge per l’estensione ufficiale della sovranità israeliana sui territori palestinesi che sono sotto occupazione militare da oltre 50 anni. L’ambasciatore Usa David Friedman ieri sera ha spiegato che Israele è libero di annettersi le colonie in qualsiasi momento».

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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