Vai alla barra degli strumenti

Come i pifferi di montagna

***Roma, 27 gennaio 2020 – “Come i pifferi di montagna, che andarono per suonare e furono suonati”. Chi troppo si gonfia si sgonfia. Molta sicurezza di sè porta a commettere errori fino al peggiore di tutti che è l’arroganza. Ora che gli hanno tagliato la cresta, Salvini come Di Maio – come in precedenza Renzi, Berlusconi, Craxi – proverà a fare più attenzione a non perdere anche la testa. Almeno si spera. Ma difficilmente ci riescono, con il servilismo di media sempre intenti a fabbricare e distruggere, uno dopo l’altro, leaderismi e partiti dell’io. E Santori faccia attenzione perché ci stanno provando anche con le Sardine. Che ieri ci hanno dato una lezione. Se continueranno a darcela, con la sobrietà e l’intelligenza che finora li distingue, vigilando, parlando e cantando dalle loro piazze, materiali o virtuali, facendo politica pur senza sostituirsi ai partiti, aiuteranno la sinistra ad avviare finalmente quella rivoluzione dal basso, culturale e politica, di cui c’è tanto bisogno (e di cui poco si parla) ma nessuno finora ha avuto il coraggio o la forza di cominciare.

Una rivoluzione prima di tutto morale. Perché ci vuole coraggio a contrastare una cultura che ci vuole inesorabilmente winners o loosers, vincenti o perdenti, che ci costringe a fare della competizione, quando non del conflitto, la legge fondamentale del vivere in società. Con il potere che procura denaro e il denaro che, come un tempo la forza fisica, procura potere.  Anche quando il potere non è usato per imporre il dominio sugli altri, di fatto produce diseguaglianza e con la diseguaglianza il conflitto e il male comune. Mentre la democrazia ha senso solo se si pone come obbiettivo principale il bene comune, mediando tra gli interessi a partire da quelli dei più deboli, distribuendo e bilanciando i poteri (altro che i pieni poteri chiesti da Salvini). Ponendo la cooperazione al di sopra della competizione, perché si può vivere e lavorare insieme anche pensando ognuno con la propria testa, purché ci sia disponibilità al dialogo e, perché no, al compromesso. Se i lavoratori oggi hanno meno poteri nei confronti dei datori di lavoro è anche perché la cultura individualista imposta dal capitalismo ha indebolito la solidarietà. Le piazze che si riempiono anche se non c’è nessuno che parla dal palco sono un primo passo sulla via giusta per questa rivoluzione.

Ma poi ci vuole anche una rivoluzione politica.  Quella che hanno tentato i Cinque Stelle sta naufragando non tanto per l’incompetenza della sua classe dirigente quanto per l’inconsistenza ideologica e strategica di una protesta nata per l’incapacità dei partiti tradizionali di rappresentare e proteggere gli interessi dei ceti medio bassi in un mondo globalizzato.  La bipolarizzazione che si riaffaccia con il voto di ieri dimostra che non si può fare efficacemente politica senza scegliere tra destra e sinistra,  tra liberismo e socialismo, comunque si voglia chiamare la difesa del pubblico dall’invadenza privata, la protezione dei poveri dai privilegi dei ricchi. Il riformismo, che è rimasto parola astratta in troppe parti d’Italia, ha avuto nella storia recente e meno recente dell’Emilia Romagna una concretezza che per ora, messa a confronto con una destra feroce, si rivela vincente. Per quanto tempo si vedrà.

Possiamo però dire che questa concretezza trascina definitivamente nel ridicolo la ricerca ossessiva del pelo nell’uovo che da anni sta distruggendo la sinistra con la scissione dell’atomo. Basta con i battibecchi fra mini-leader. “Libertà è partecipazione”, cantava Gaber. Vale per i cittadini, ma anche per chi avrebbe il dovere di lasciarli effettivamente partecipare, non solo per i gazebo. Ci sono scelte fondamentali di politica interna, internazionale, economica in cui sarebbe doveroso chiedere con umiltà un contributo sia ai militanti che alla competenza diffusa nel Paese. Curioso dunque che Goffredo de Marchis, sulla Repubblica, scriva oggi che “certamente il congresso del Pd è già finito dopo il successo in Emilia”.  Compito della “cosa nuova”  che dovrebbe nascere nei prossimi mesi – ma faccio fatica a riferire un annuncio  troppe volte tradito – non sarà quello di confermare Zingaretti alla segreteria e neppure quello, ipotizzato dal collega, di  proporre Bonaccini per la presidenza. Compito di una nuova sinistra sarà quello di coniugare i suoi valori tradizionali con la ricerca onesta (non propagandistica cioè) di una soluzione ai grandi problemi che l’umanità di oggi e di domani ha di fronte. In Italia, in Europa, nel mondo.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: