Italo Moretti, giornalista contro tutte le dittature

Dell’amico e collega Italo Moretti, che ci ha lasciato ieri a 88 anni, ricordo anch’io naturalmente le straordinarie qualità di cronista e di inviato dall’America Latina sottolineate da Barbara Scaramucci con l’articolo che segue, ma in particolare gli anni trascorsi accanto nella redazione del Tg2, prima con l’entusiasmo e la novità dello “Studio aperto” inaugurato dalla prima direzione di  Andrea Barbato, che intelligentemente lo volle per il ruolo di conduttore e poi, conclusa quella felice e indimenticata stagione, nel comune impegno per contrastare, a difesa del servizio pubblico, la deriva partitocratica anche di quella gloriosa quanto sfortunata testata (nandocan).

***di Barbara Scaramucci, 9 gennaio 2020* – E così anche Italo si è congedato da un mondo che non riconosceva più e tutti noi sogniamo che abbia ritrovato Anna, la splendida figlia, anche lei nostra collega, che ci lasciò giovanissima nel 1994. Italo Moretti era un collega battagliero, rigoroso, severo, che da vice direttore prima e da direttore poi al TG3 concepiva il suo lavoro ricordando sempre come si è giornalisti “sul campo”. Lui aveva dato il meglio proprio come inviato speciale della Rai, che viveva in modo assoluto come servizio al pubblico. Erano gli anni in cui la Rai era spesso l’unica televisione europea che riusciva a raggiungere i luoghi più turbolenti del continente sudamericano, attraversato da guerre, rivoluzioni, repressioni, carestie. Fece entrare nelle case degli italiani le drammatiche immagini e le testimonianze della ferocia della dittatura di Pinochet in Cile, degli ammiragli argentini, delle rivolte in Uruguay.

Reportage indimenticabili, che spero si utilizzino nei corsi di giornalismo ancora oggi. E poi, con la duttilità tipica di Italo, abbracciò con entusiasmo la scelta del TG2, dopo la riforma della Rai, e dal 1976 divenne uno dei volti più importanti di quella edizione, “Studio aperto”, che rivoluzionò il secondo canale, facendone una televisione diversa, moderna, alternativa, con il TG diretto da Andrea Barbato e la rete affidata a Massimo Fichera.

Venne poi tutto il resto, e una enorme quantità di premi vinti, di riconoscimenti di cui Italo si scherniva ma che in realtà lo facevano felice. Il giornalismo è stata la sua vita e la sua una vita per un giornalismo autentico, combattivo, libero e che a lui piaceva sempre chiamare soltanto democratico. Pianse a lungo il giorno dell’omicidio di Ilaria Alpi, di cui allora era il direttore, e ha sempre combattuto perché quel processo non finisse e non si rinunciasse a scoprire la verità. Grazie di tutto Italo.

*da articolo21

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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