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Talk show: zitto tu che parlo io

Questa ossessione del “ritmo” nei talk show televisivi, fino a sacrificarne la comprensione, che critica oggi Marnetto e anch’io ho deplorato più volte,  è uno dei tanti frutti avvelenati dell’informazione spettacolo come la semplificazione della complessità, il privilegio accordato ai luoghi comuni, l’insopportabile sequenza di applausi da parte del pubblico in studio, l’invito ripetuto ai soliti noti a cominciare dai professionisti della provocazione alla Sgarbi, ecc. Frutti avvelenati importati tanti anni fa con l’avvento della televisione commerciale e con  il culto dell’audience. Che poi alla fine di una delle interminabili puntate serali  siano in pochi a poter dire di avere appreso qualcosa di veramente nuovo dall’informazione televisiva appare del tutto secondario. Tra una interruzione pubblicitaria e l’altra – queste sì contano – l’importante è che si divertano (nandocan).

***di Massimo Marnetto, 8 gennaio 2020 – Seguo volentieri i talk televisivi, ma ormai mi ritrovo sempre più spesso davanti a chi interrompe l’altro che parla. Per me è una sofferenza. Non solo per l’educazione ricevuta, dove questo atto mi era severamente rimproverato; ma anche perché non riesco a capire la conclusione del ragionamento amputato. Spesso è il conduttore a parlare sopra a chi risponde a una sua precedente domanda, finché l’intervistato si zittisce per far cessare la cacofonia della sovrapposizione di parole.

Il giornalista pensa così di dare “ritmo” alla trasmissione o di apparire come presenza dominante, mentre invece provoca frustrazione in chi cerca profondità negli interventi. Che magari richiedono qualche secondo in più di quanto consente la stipsi dei cosiddetti tempi televisivi. Ne esce un confronto spezzettato, nervoso, confuso, dove neanche gli ospiti rispettano il turno di parola, perché sanno che il conduttore incoraggia l’effetto pollaio per avere più audience. Io a quel punto spengo. Mentre le (poche) volte che in studio ci sono ospiti che si rispettano, è un vero piacere ascoltarli.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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