Perché falliscono i vertici sull’ambiente

Roma, 16 dicembre 2019 –  Cina e India “stanno trascinandoci verso un disastro ambientale perché la decrescita felice è improponibile”. Lo scrive oggi Federico Rampini su Repubblica e ha ragione ma solo in parte, proprio come chi attribuisce tutta la colpa del fallimento del vertice di Madrid a Trump e alla lobby dell’energia fossile. Perché a mio modesto parere l’errore è assai più diffuso e sta proprio nell’illusione condivisa dai più che il pianeta possa sopportare una crescita illimitata. Che si possa cioè rinviare sine die un mutamento nello stile di vita praticato e celebrato dal sistema nelle società ricche dell’Occidente, ma ormai da tempo proposto come modello a quelle povere nel resto del  mondo.

I vertici sull’ambiente continueranno a fallire senza un cambiamento sia pure graduale del modello di sviluppo capitalistico che insiste a guidare consumi e produzione con criteri quantitativi anziché qualitativi, indifferente a quanto questo comporta di spreco materiale e morale, inquinamento dell’ambiente e schiavitù del lavoro.

Lavorare meno per lavorare tutti si rivela sempre più chiaramente, anche con i progressi della robotica, come l’unica prospettiva realistica, eppure è considerato ancora utopia se non addirittura bestemmia. Mentre lo stordimento pubblicitario fa sì che l’essere ceda il passo all’avere, il lusso prenda il posto della bellezza e il vivere per lavorare sostituisca la dignità del lavoro per una vita più sobria ma decisamente più umana.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
Vai alla barra degli strumenti