Piazza Fontana, l’Italia violata da bombe nere e segreti

Una mattina di 50 anni fa, tra la folla di piazza Duomo a Milano per i funerali delle vittime di Piazza Fontana, raccoglievo per Tv7 immagini e voci che la RAI riproporrà centinaia di volte nei decenni che seguiranno. Molte altre ne avrei raccolte in seguito per il Tg2 Dossier (“Tutt’altro che la verità”, 2 ottobre 1977) e per il notiziario di quella testata televisiva dove per vent’anni ho lavorato come inviato speciale. Fuori e dentro le aule di giustizia, dove imputati ma soprattutto testimoni “eccellenti”, ministri e generali bugiardi o reticenti, si davano da fare per depistare indagini e nascondere autori e mandanti di quella prima strage fascista coperta dai servizi segreti dello Stato, come molti di noi hanno sempre saputo ma soltanto oggi si può dire apertamente dopo una solenne pronuncia della Corte di Cassazione, sulla base delle tante prove acquisite nei vari processi.  Troppo tardi perché fosse fatta giustizia con la condanna di autori e mandanti. È questa “La maledizione di Piazza Fontana”, come titola il libro di Guido Salvini, il magistrato che nel corso di dieci anni il magistrato Guido Salvini che nel corso di dieci anni è tornato a parlare con le sue vecchie fonti, ne ha trovate di nuove, ha smontato le bugie e gli alibi che avevano messo in difficoltà le accuse, e raccolto elementi e riscontri a carico di soggetti mai sfiorati dalle indagini (nandocan)

***di Ennio Remondino, 12 dicembre 2019

Piazza Fontana, 50 anni di nebbia

Strage di Piazza Fontana, il primo degli attacchi che scuoteranno il paese fino agli anni ’80. Mezzo secolo dopo, esistono dei responsabili ma non ci sono state condanne: gli ispiratori della strage, neofascisti provenienti da una cellula di Padova, sono stati ritenuti «non processabili» perché erano già stati «irrevocabilmente assolti dalla Corte d’assise d’appello di Bari» per lo stesso reato.

1. Faceva freddo e c’era una nebbia fitta a Milano alle 16 e 37 del 12 dicembre del 1969, quando una bomba esplosa nella Banca nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano causò 17 morti e oltre 80 feriti. La nebbia fitta di quel giorno ha continuato da avvolgere tutti i sette processi che si sono celebrati (tre le inchieste) e che non hanno mai portato ad alcuna sanzione delle responsabilità personale di esecutori, mandanti e depistatori più o meno noti ma non colpiti da sentenza.
2. Una vicenda giudiziaria che ebbe fine nel 2005, quando la Cassazione la chiuse con un’assoluzione generalizzata degli imputati presi in esame dall’indagine scaturita negli anni ’90 dal lavoro sulle “Trame nere” dell’allora giudice istruttore Guido Salvini che di recente ha anche pubblicato un libro dal titolo emblematico: “La maledizione di Piazza Fontana’. Una “maledizione” che cominciò subito dopo l’attentato, con la pessima idea (solo pessima idea?) di far brillare un altro ordigno inesploso nella sede dalla Banca commerciale italiana di piazza della Scala, disperdendo elementi utili alle indagini.3. Da subito le indagini sulla pista anarchica, l’arresto del ballerino Pietro Valpreda, frettolosamente o dolosamente individuato come autore della strage e che sarà assolto nel 1985 dopo un lungo calvario giudiziario; il 15 dicembre la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli precipitato dal quarto piano della questura durante un interrogatorio con l’allora commissario Calabresi.  Qualche tempo dopo la pista nera con le indagini su elementi di Ordine Nuovo padovani e l’incriminazione di Giovanni Ventura e dell’editore ‘nazimaoista’ Franco Freda. Poi lo choc, la decisione vergognosa di trasferire il processo da Milano a Roma, da Roma nuovamente nel capoluogo lombardo e infine a Catanzaro.4. Risultato: assolti sia Valpreda, sia i neofascisti. Negli anni ’90, si fanno avanti i primi pentiti: l’armiere di Ordine nuovo in Triveneto, Carlo Digilio e il militante di Mestre Martino Siciliano. Raccontano di riunioni preparatorie agli attentati culminati con quello di piazza Fontana, forniscono dettegli su esplosivi, congegni, sulle cellule padovane e mestrine di On e sui milanesi del gruppo La Fenice. L’inchiesta sfocia in un processo nel 2000. Imputati l’ordinovista Delfo Zorzi, ormai ricco imprenditore della moda in Giappone, il medico veneziano Carlo Maria Maggi a capo di ON, Giancarlo Rognoni, capo del gruppo milanese La Fenice, Roberto Tringali, accusato di favoreggiamento e lo stesso Digilio.5. Alla fine ergastolo per Zorzi, Maggi e Rognoni, mentre per Digilio scatta la prescrizione. Tre anni dopo la doccia fredda per i famigliari delle vittime. In appello fioccano le assoluzioni. Digilio non credibile e la ritrattazione di Siciliano, ‘comprata’ da Zorzi. Il 3 maggio del 2005 di nuovo la parola fine. Gli imputati assolti definitivamente anche se i giudici della Suprema Corte, nelle motivazioni, confermano il quadro emerso dalle indagini e come gli attentati fossero opera di Ordine nuovo. Di più: la Corte ritiene che debba darsi una risposta “positiva al giudizio di responsabilità di Freda e Ventura per “la strage di Piazza Fontana e gli altri attentati commessi quel giorno”. Ma Freda e Ventura non sono però giudicabili in quanto già processati e assolti in via definitiva per gli stessi fatti.

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Ennio Remondino | 12 dicembre 2019 alle 6:57 | Etichette: 50 anni, articolo, Ennio Remondino, Piazza Fontana | URL: https://wp.me/p403Qg-hox*

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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