Per questo cantano “Bella ciao”

Roma, 6 dicembre 2019 – Una rivolta morale e corale. E’ questo il messaggio che leggo nelle piazze affollate dalle “Sardine”. Contro la prepotenza e l’odio scatenati dal populismo mediatico, una tranquilla rivolta morale e corale che dal basso riporti un sereno confronto democratico nella vita sociale degli italiani e al centro della politica i principi guida della nostra Costituzione.

L’ho scritto altre volte, non avremo nessun rinnovamento se non cambia anche il modo di concepire e fare politica attiva nel nostro Paese. Dopo l’esito catastrofico dei leaderismi  da Berlusconi ad oggi  fa specie vedere  tanti colleghi giornalisti e conduttori di talk show accanirsi nella sterile ricerca di nuovi divi della politica. Poi non lamentiamoci se, come dice proprio oggi il rapporto del Censis, il 49 per cento degli italiani “è attratto dall’uomo forte”.

Anche l’informazione spettacolo dovrebbe avere un limite. E invece ecco in queste serate televisive il trentenne Mattia Santori, uno degli ideatori del movimento, sollecitato, quasi pressato a “rivelare” al pubblico il suo e il loro orientamento politico su Mes, manovra di bilancio o riforma della giustizia. “Non è il mio lavoro”, risponde lui sorridendo. “Ma allora non siete nulla, state solo imbrogliando la gente”, replica il direttore del Giornale, Sallusti (e non solo lui).

Non sono niente, loro come i giovani mobilitati da Greta. Non sono nulla se vogliono solamente restituire fiducia nella partecipazione democratica e nell’impegno solidale per affrontare le grandi crisi globali e ambientali come quelle locali, sottraendo le sorti dell’umanità alla schiavitù dei mercati finanziari e di un modello di sviluppo e di consumo decisamente fallimentare. Non sono nulla se dicono basta con la navigazione a vista di leader gonfiati dall’ambizione e dalla propaganda dei media, sempre alla ricerca di nemici e di capri espiatori. Non sono niente se il loro messaggio è: meglio ponti che muri, meglio uniti che divisi, meglio ingenui che “furbetti”,  meglio il dialogo che l’odio, meglio l’ascolto del rifiuto, meglio il rispetto e il confronto che il sarcasmo e il disprezzo della diversità.

Vero, non sono in piazza per far politica, ammesso e non concesso che quella in corso possa considerarsi tale. Non fanno politica, ma rappresentano i migliori anticorpi al razzismo e al fascismo che occhieggiano dietro l’angolo della nostra storia. Per questo cantano “Bella Ciao”.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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