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Viva le sardine, e viva gli attivisti che cambiano il mondo

Antonio Cipriani “sardina” ad honorem. Grazie Antonio per la tua dolce sapiente ironia, che è così raro  trovare sui social. Ma, come scrivi, ora è davvero tempo che dopo le piazze “accada qualcosa, che si traduca il “contro” in un “che fare”. La politica si muova. Mi è parso di cogliere questa aspirazione anche nelle raccomandazioni di Grillo a Di Maio e mi piacerebbe che anche sui giornali e in Tv pur continuando a riferire e criticare gli aspetti negativi di questa difficile transizione si trovasse il modo di sottolinearne e incoraggiarne le potenzialità positive (nandocan)

***di Antonio Cipriani,  24 Novembre 2019* – Va bene, siamo stati popolo viola, arancione, popolo dei girotondini, qualcuno anche grillino. Abbiamo applaudito Nanni Moretti in piazza, sperato a ogni giro di valzer in un cambiamento, anche di velluto; abbiamo festeggiato il ritorno della pantera, qualcuno è andato pure alla Leopolda pensando che stesse mutando la storia, altri si sono divisi frammentati scissi fino all’inesistenza politica. C’è anche chi è passato per Occupy, altri si sono avventurati fino a mettere la maschera inglese di Guy Fawkes, i più avanti hanno cantato Bella Ciao con la Casa de Papel su Netflix.

Ne abbiamo viste tante in questi anni di crollo verticale della politica e di uso mediatico di ogni anelito di speranza civile, di rivolta dolce che non sovvertisse troppo. Quindi, possiamo anche essere sardine. Che c’è di male? Sardine strette strette e senza bandiere, senza simboli, solo con quello spirito ironico e avventuroso che hanno i giovani quando entrano in azione.

Viva questi giovani che sono scesi in piazza, viva i loro sogni, le speranze, la voglia di non finire nel girone degli indifferenti, mentre un nuovo fascismo senza stivaloni e moschetti ci sta asfaltando il futuro. Metro dopo metro, devastando l’ambiente, cementificando ovunque, costruendo opere inutili e gigantesche, sottraendo fondi a scuole, cultura, spese sociali, rendendo i poveri più poveri, i ricchi più ricchi, tutti gli altri abbindolati in un sistema di valori che crea l’illusione di futuro e invece lo spegne.

Viva questi giovani che, stretti come sardine, possano riscoprire il corpo che si muove in una piazza, la comunità, la volontà di manifestare non contro un leader provvisorio e fascisteggiante, ma contro il sistema economico e geostrategico che lo ha messo a fare lo spaventapasseri, contro la perdita dei valori che nel corso dei decenni ha fatto sì che sparisse nella discussione pubblica l’analisi critica della società in cui viviamo, svanisse ogni idea di giustizia sociale, si accettassero come dati di fatto immutabili i criteri dell’ingiustizia che regolano il mercato, il lavoro, lo sviluppo, l’interesse privato alla faccia del bene comune.

Ci saremo? Sì certo. Autobus e treni, per un’azione flash fantastica e mediatica. Ogni lieve soffio di speranza ci dà vita, ogni volta che si vedono i ragazzi che si battono, siamo felici e speriamo che dopo accada qualcosa. Che si traduca il “contro” in un “che fare”.

Ce ne sarebbero di cose da fare. Ce ne sono. E tanti, tantissimi, lontano dai riflettori dei media, si battono ogni giorno sulle strade dei nostri paesi, nei quartieri. Contro l’ignoranza becera che crea ottusità e schiavitù, per far crescere la consapevolezza culturale di che cosa è giusto e che cosa lo è meno, di che cosa ci conviene come collettività e di che cosa è invece danno per tanti e profitto per pochi.
Riscoprendo la politica, la partecipazione di lunga durata, l’attivismo senza onori pubblici, forse – sottolineo forse – metteremo a frutto il nostro impegno per cambiare il mondo.

Per ora accontentiamoci della narrazione delle sardine. Continuando nell’ombra ad agire contro il pessimismo e contro il conformismo, in difesa dell’ambiente, della salute, della vita. Attivisti sempre: non solo dietro un simbolo mediatico o uno slogan, ma sempre nella comunità. Anche con piccole azioni, ma nella realtà della nostra esistenza.

*da Remocontro, il grassetto come al solito è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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