Volontà di chiarezza

***Roma, 20 novembre 2019 – Leggete i giornali, seguite i discorsi in televisione o sul web, ma soprattutto guardate le piazze. Da molti anni a questa parte  gli italiani non manifestavano con tanta determinazione un desiderio e una volontà di chiarezza. Chiarezza di programmi e comportamenti politici.

L’alternativa è barricarsi nel timore provinciale del nuovo, nella paura per il diverso, chiudersi nella diffidenza verso gli altri e verso il futuro. E pur trovandosi davanti ad una società, un ambiente, una tecnica in continua evoluzione, ostinarsi nel rifiuto di quanto appare estraneo alle tradizioni e agli affetti del proprio piccolo mondo,

OPPURE

aprirsi con fiducia al futuro e, perché no, all’utopia. O se volete arrendersi all’inevitabile cambiamento , alla solidarietà non solo teorica ma operante con chi ne ha tutto il diritto o anche soltanto bisogno.  Disporsi al dialogo e al confronto spregiudicato con idealità e persone nuove e diverse.

Diamo atto alla destra italiana e a Matteo Salvini che la guida con abilità e successo di interpretare molto bene il primo  atteggiamento. Altrettanto non si può ancora dire della sinistra, ancora divisa, incerta e dubbiosa sulle sue ragioni di sempre che certo la obbligherebbero a interpretare il secondo.

QUESTO È IL MOMENTO GIUSTO PER TORNARE A FARLO,

dopo essersi a lungo mimetizzata con improbabili “terze vie”, dalla caduta del muro di Berlino in poi, un po’ per adeguarsi all’ideologia vincente e un po’ con viltà di perdenti  difendersi dall’accusa di “comunismo”, mai così astutamente abusata mentre era in vita il PCI. Il PD ha promesso, anzi annunciato a Bologna “tutta un’altra storia”. Vedremo, ma il discorso di Nicola Zingaretti, a differenza di quello di Fabrizio Barca, resta ancora generico.

C’è da dire però che anche nella sinistra estrema non manca chi, sia pure non per opportunismo, resta attaccato al passato chiudendo gli occhi alla realtà. Avendo per tanto tempo creduto di vedere il fascismo anche dove non c’era, ora rischiano di trovarselo davvero di fronte alla loro programmata impotenza.

Ma anche il realismo ha dei limiti. Proprio per rispondere al desiderio di chiarezza di questa nuova generazione è oggi più che mai necessario che chi conserva il cuore a destra pur avendo chiesto e purtroppo ottenuto in passato un passaggio a sinistra vada finalmente dove lo porta il cuore.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
Vai alla barra degli strumenti