Querele temerarie. “Pronti a tornare in piazza!

Questa mattina alle 12 appuntamento nella sede romana della FNSI in Corso Vittorio Emanuele per un altro convegno  di denuncia promosso da articolo21 per l’inerzia del parlamento sull’esame delle proposte di legge per abolire il carcere per i giornalisti, dal 2001 sempre accantonate, così come  quelle contro le “querele temerarie” che condizionano pesantemente la libertà di stampa. I colleghi giornalisti che non hanno ancora firmato l’appello contro le querele bavaglio sono invitati a farlo sul sito dell’associazione (nandocan)

***di Silvia Garambois, 11 novembre 2019 – “Siamo pronti a tornare in piazza”: i giornalisti sono sempre sotto attacco, il Parlamento non annulla leggi assurdamente punitive e non ne scrive di nuove a favore della libertà di stampa, l’appello di Articolo21 – l’associazione di giornalisti e cittadini per la libera informazione – contro le querele bavaglio è stato rilanciato e ha già decine e decine di firme (articolo21.org/petizioni/). E il 19 novembre verrà presentato alla Federazione della Stampa.

I numeri parlano chiaro. Sessantaquattro giornalisti condannati al carcere. In un anno. In Italia. Non avevano fatto rapine e neppure investito qualcuno con la macchina: avevano scritto articoli sui loro giornali.

Avevano sbagliato, lo hanno detto i giudici, è stata riconosciuta la “diffamazione”. Ma il problema non è il loro errore: il problema è la condanna al carcere. Perché è l’Italia ad essere stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per la presenza della pena detentiva per il reato di diffamazione. E il nostro Parlamento non ha mosso paglia… È dal 2001 che alla Camera e al Senato giacciono le proposte di legge per abolire il carcere per i giornalisti, ma vengono sempre accantonate. E anche oggi, tutto tace.

Ora la partita è in mano alla Corte Costituzionale: quest’anno, dopo che un tribunale ha deciso il carcere per un giornalista e per il direttore del giornale “Roma” di Napoli, il tribunale di Salerno ha accolto la tesi di incostituzionalità della pena, perché “anche la sola previsione astratta della possibile irrogazione di una pena detentiva in caso di diffamazione a mezzo stampa comporterebbe una limitazione eccessiva del diritto convenzionalmente e costituzionalmente tutelato della libertà di manifestazione del pensiero e di cronaca del giornalista, incompatibile con l’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo”.

Ma non è solo il carcere… A frenare la penna di chi fa inchieste, di chi racconta e vuole raccontare la realtà ci sono le querele. “Querele temerarie”, mosse sul nulla, solo per impedire ai giornalisti di continuare a scrivere: novemilatrentanove (9.039) querele per (presunta) diffamazione, al 70% archiviate, perché non esistevano i presupposti della querela. Servivano solo a impedire ai giornalisti di scrivere ancora. Novemila querele in un anno. Querele bavaglio.

Questi dati sono stati illustrati a un recente convegno al Senato su “L’Impunità per le minacce ai giornalisti” organizzato da “Ossigeno per l’informazione”. Dati che si fermano al 2016, come ha spiegato il segretario generale dell’associazione, Giuseppe Mennella, che ha analizzato le ricerche – anno su anno – dell’Istat. Ebbene, è risultato che dal 2011 al 2016 c’è stata una vera impennata di denunce contro i giornalisti, sono praticamente raddoppiate. E sempre di più sono quelle archiviate. Denunce infondate.

Ma se un giornalista rischia 50mila euro di multa o il carcere fino a sei anni (anche se le condanne effettive oscillano tra un mese e due anni), con quale coraggio si addenterà ancora nei troppi misteri italiani? Con quello, ad esempio, di Marilù Mastrogiovanni, che dalla piccola testata pugliese “Il tacco d’Italia” non molla: “Solo nell’ultima settimana – ha raccontato al convegno – sono stata interrogata tre volte in due giorni, sugli stessi fatti, su richiesta e delega di tre diversi magistrati. In più è arrivata una nuova querela. Su quegli stessi fatti, altre querele e altri magistrati hanno archiviato perché tutto vero. Quell’inchiesta parlava di interessenza tra Sacra Corona Unita-politica-imprenditoria: un’inchiesta in cui citavo tutte le fonti. Fonti documentali, pubbliche. Molte di queste sono atti giudiziari”. Eppure, anziché lavorare, passa le giornate nelle sale d’attesa dei commissariati, aspettando l’interrogatorio…

Negli ultimi mesi, finalmente, tanti impegni. Ma nessun passo avanti. Per questo, ora, è stato rilanciato da Articolo21 l’appello contro le querele bavaglio: a fine agosto – è scritto – “abbiamo pubblicato una richiesta chiara e su varie questioni, sulla quale avremmo valutato l’esecutivo che si stava delineando, senza preconcetti ma anche senza entusiasmo prematuro.

Purtroppo, ci vediamo nella situazione di dover ribadire quelle richieste, e le risposte che ci aspettiamo diventano ogni giorno più urgenti, vista la deriva di aggressioni verbali, di tentativi di delegittimare il giornalismo di qualità e mettere il bavaglio ai cronisti che cercano di andare oltre dichiarazioni e dati ufficiali”.

E ancora: “Diamo atto al sottosegretario con delega sull’informazione Martella di aver ribadito ripetutamente la volontà di intervenire, sia per garantire il sostegno economico alle testate indipendenti in difficoltà che per sostenere la difesa del diritto di cronaca con iniziative legislative.

Ma non vediamo concreti passi avanti nelle sedi competenti, a cominciare dal Parlamento”.

*da articolo21.org, Il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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