Nell’acqua alta la politica affoga: studi e miliardi fermi da 50 anni.

Non c’è solo la triste telenovela del Mose. Da decenni  la piaga del dissesto idrogeologico continua a far danni in tutte le regioni italiane. Frane e alluvioni ci costano 3,3 miliardi l’anno ma per evitarli si fatica anche a spendere i fondi già stanziati (nandocan) 
*** di Ennio Remondino, 16 novembre 2019 – Undici miliardi in cerca d’autore. Era il 7 novembre 1966 quanto Venezia fu sommersa dall’acqua più alta di sempre, 194 centimetri a battere l’attualità. In quel dannato novembre fu anche il disastro di Firenze. Meno di un anno dopo era operativa la «Commissione interministeriale per lo studio della sistemazione idraulica e della difesa del suolo». Presidente Giulio De Marchi, ingegnere idraulico, tra i maggiori esperti italiani di allora, assieme ad altri illustri studiosi. 1970, relazione finale, 5 volumi sul dissesto idrogeologico che minacciava in Paese e sulle proposte per combatterlo e mettere in sicurezza il territorio. «Citatissimo e mai attuato», commenta su Avvenire Antonio Maria Mira.

Miliardi scritti solo a bilancio
«Nell’arco di 30 anni prevedeva una spesa di circa 9mila miliardi di lire, pari a circa 76 miliardi di euro rivalutati ad oggi, circa 2,5 miliardi di euro per anno. Tanti? Troppi? Comunque non si fece nulla, o quasi». Era l’Italia del boom edilizio senza regole e del consumo del suolo. Oggi, nell’Italia con le pezze ai pantaloni, «solo frane e alluvioni ci costano 3,3 miliardi l’anno. Molto più di quello che sarebbe servito per evitarli».

De Marchi e i negazionisti climatici
La Commissione De Marchi 50 fu anticipatrice sorprendente. Fumi nell’atmosfera e quantità delle precipitazioni, anidride carbonica e aumento della temperatura. «Sì, proprio i mutamenti climatici. Mezzo secolo fa», sempre Antonio Maria Mira. Oggi: «Nel nostro Paese negli ultimi dieci anni gli eventi estremi (le cosiddette “bombe d’acqua”, i tornado, le grandinate, ecc.) sono triplicati, passando dai 395 registrati nel 2008 ai 1.042 del 2018». «Piove di più, in modo più violento e concentrato, ma non compriamo l’ombrello».

L’ombrello i soldi e le bugie
Niente ombrello perché i soldi non ci sono, e poi per ogni disastro li dobbiamo trovare per metterci una pezza. «In realtà i soldi ci sono. E neanche pochi. Ma non si spendono». In troppi a dover o voler decidere. Nel 2014 si inventò #Italiasicura alla Presidenza del Consiglio. «E si riuscì a trovare 9,5 miliardi, recuperandoli da tanti rivoli di leggi e leggine. Ne ha spesi 3 per 1.475 opere tra le quali Genova, l’Arno e la Calabria, situazioni ad altissimo rischio». ‘Piano nazionale’ per più di 10mila opere con la promessa di spendere 30 miliardi in 15 anni, 2 all’anno (molto meno dei danni annuali). Ma tutto si è fermato col governo giallo-verde (Lega-M5S) «che ha abrogato la struttura trasferendo la competenza al Ministero  dell’Ambiente, ma senza togliere quelle degli altri dicasteri».

Vergogna soldi non spesi
Così, mentre piove sempre più violentemente, non si riescono a spendere i fondi. L’elenco della vergogna. Bloccati i 400 milioni per la messa in sicurezza del Sarno (l’enorme frana del 1998 provocò 160 morti), gli 800 per la Sicilia (un anno fa a Casteldaccia per l’esondazione di un torrente morirono 9 persone) e 120 per il Seveso che regolarmente esonda invadendo Milano. Fondi che, lo ripetiamo, ci sono. Sei miliardi li ha ancora il Ministero dell’Economia (eredità #Italiasicura),
3 sono fondi regionali, 2 li ha il Ministero dell’Ambiente.

Gli 11 miliardi disponibili
E l’Europa ha risposto positivamente alla richiesta italiana di flessibilità per queste spese. A marzo è stato presentato “ProteggItalia”, il Piano nazionale per la sicurezza del territorio. Coinvolti vari Ministeri ma la “cabina di regia” torna a palazzo Chigi. Cifra prevista? «Proprio undici miliardi. Una positiva correzione. Purché ora si spendano davvero. Anzi s’investano. In fretta e bene», la perorazione di Mira.

Il Papa, ‘ecocidio peccato grave’
Avendo utilizzato come fonte Avvenire, ottimo giornale della conferenza Episcopale, una attenzione dovuta a Papa Francesco nel suo intervento all’Associazione di diritto penale. «Oggi, alcuni settori economici – come si legge nell’enciclica Laudato Si’ – esercitano più potere che gli stessi Stati». Un elenco lunghissimo di arbitri, macro-delinquenza delle corporazioni, eccetera. Compreso l’ecocidio: «la contaminazione massiva dell’aria, delle risorse della terra e dell’acqua, la distruzione su larga scala di flora e fauna, e qualunque azione capace di produrre un disastro ecologico o distruggere un ecosistema». E Papa Francesco aggiunge che si sta pensando di introdurre nel Catechismo della Chiesa cattolica il peccato contro l’ecologia.

rem | 16 novembre 2019 alle 10:20 | Etichette: | URL: https://wp.me/p403Qg-h6h

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
Vai alla barra degli strumenti