Liberato l’ex Presidente brasiliano Lula Da Silva

Ma è quantomeno prematuro, scrive Zanotti,  annunciare il suo rientro nella vita politica o addirittura una sua candidatura alle elezioni presidenziali del 2022. E’ certo invece che si accentuerà il confronto governo-opposizione e molto probabile che l’inchiesta del giudice Sergio Moro a suo carico venga rivisitata (nandocan)

***di Livio Zanotti, 9 novembre 2019 – E’ innanzitutto una vittoria del diritto come forma di garanzia della libertà individuale la scarcerazione dell’ex presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva, dopo 19 mesi di una detenzione ritenuta illegale dalla Corte Suprema. Contrariamente a quanto praticato in Brasile a partire dal 2016, questa ha infatti stabilito che nessun accusato può essere privato della libertà personale prima che la sua condanna sia stata confermata nell’ultimo grado di giudizio. Ed è appunto il caso di Lula e d’innumerevoli altri personaggi di primissimo piano nella politica e negli affari coinvolti nell’inchiesta più dirompente e controversa della storia sudamericana, la cui logica accusatoria rischia adesso di venir meno.

Il processo al popolarissimo ex capo di stato (ad ogni mattino dei suoi 579 giorni di detenzione è stato svegliato dagli evviva dei sostenitori che si davano il cambio all’esterno del carcere) è stato inoltre fin dall’inizio viziato dal populismo giudiziario del magistrato che lo ha inquisito: Sergio Moro, passato poi a essere ministro di Giustizia del governo di Jair Bolsonaro, il principale rivale politico di Lula. All’incriminazione e condanna si è giunti senza alcuna prova documentale, in sostanza per la testimonianza di un imprenditore che a sua volta inquisito per bancarotta ha detto di aver ricevuto favori dall’ex presidente in cambio di un appartamento. Decisivo in ogni momento è stato il convincimento personale del giudice.

E sulla base di questo suo convincimento ha forzato il sistema giudiziario fin quasi a cancellare la indispensabile distinzione tra funzione inquirente e quella giudicante. Moro ha infatti usato con estrema disinvoltura l’autorevolezza derivatagli dalla sua capacità d’iniziativa per assumerne di fatto la regia in ogni sua fase, dall’inizio alla fine. Quando poi con l’ex presidente ormai chiuso nel penitenziario di Curitiba, dunque impossibilitato anche fisicamente a partecipare al confronto politico, Sergio Moro ha lasciato la magistratura per diventare uno dei ministri più rappresentativi del nuovo presidente del Brasile, la serenità e la terzietà del giudice, la richiesta sua assoluta indipendenza ha perduto ogni residua credibilità.

Lo scossone giuridico e politico-istituzionale determinato da quest’ultima sentenza della Suprema Corte è dunque concreto e contundente. Nell’immediato esaspera ulteriormente il duro confronto governo-opposizione già in atto nella società brasiliana, lacerata dai colpi di mano e di palazzo che a partire dal 2015 hanno trovato spazio nella caduta d’iniziativa politica della coalizione guidata dal Partito dei Lavoratori (il PT fondato da Lula) e del suo governo. E approfondita l’anno seguente sia dall’impeachment di Dilma Rousseff, mai accusata di alcuna forma di corruzione; sia dall’assunzione provvisoria ma prolungata al vertice dello stato del suo vice, Michel Temer, egli si – invece- più volte incriminato per arricchimento personale.

Quanto meno prematuro affacciarsi su scenari più lontani, come fanno quanti si sbracciano già a discutere sulla possibilità che l’ex presidente si presenti candidato alle elezioni del 2022.  Comprensibilmente, pur mostrando tutta l’energia necessaria a tuffarsi ancora una volta nella lotta politica, Lula riprende fiato e presenta in pubblico la sua promessa sposa, Rosangela da Silva, una sociologa conosciuta durante uno dei processi che ancora pendono su di lui al tribunale di Curitiba. Più vicina s’intravvede invece la possibilità che l’inchiesta Lava Jato, che denunciando la corruzione ai vertici imprenditoriali e politici sudamericani ne ha ferito a morte anche le istituzioni, debba rivedere se stessa.

* da Ildiavolononmuoremai.it, il grassetto è di nandocan

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
Vai alla barra degli strumenti