Droni, nuova arma anche per terroristi

Come scrive Ennio Remondino su Remocontro, “cari generali, grazie per l’allarme, ma noi, oltre alla paura che adesso cresce in noi, in cosa dobbiamo sperare?” Di fronte agli investimenti di miliardi di dollari nella ricerca di armi sempre più sofisticate, di fronte all’irresponsabilità dei leader politici che rilanciano la corsa agli armamenti e dei fabbricanti di armi che li distribuiscono nelle zone calde del pianeta non sarebbe la prima volta che un generale faccia da moderatore. Chissà che una risposta saggia non possa venire davvero da qualcuno di loro.(nandocan) 

***di Ennio Remondino, 6 novembre 2019 – Armamenti per buoni e cattivi

Analisi utile con spazio a troppe ovvietà. L’evoluzione degli armamenti non ha mai distinto tra buoni e cattivi ed ora ‘autorevoli think-tank’ scoprono che l’acqua calda brucia e che la tecnologia evoluta (vedi i droni), può essere (è) impiegata dai terroristi per condurre i propri attacchi. Per fortuna il racconto di Luciano Piacentini e Claudio Masci in Analisi Sicurezza è cosa seria e interessante. Ci viene documentato che i droni (armi impiegate in ‘conflitti a bassa intensità e/o asimmetrici’, ci spiegano), hanno attirato l’interesse dell’Islamic State (Daesh). «Quest’ultimo ha addestrato molti suoi affiliati alla costruzione, modifica ed impiego di droni».

Droni da avvistamento, battaglia o terrorismo

I due autori, esperti militari, di sicurezza e di spionaggio, si soffermano sui diversi possibili utilizzi militari dei droni e le diverse ‘categorie’ di velivono a guida remota sulla base dell’impegno umano richiesto. Ma l’argomento centrale è quello dei droni non troppo sofisticati (e costosi) ma potenzialmente micidiali. Guerra ‘ibrida’ o terrorismo. Primo caso noto, il 6 gennaio 2017, tredici droni lanciati dall’ex Isis contro la base militare russa di Tartus in Siria. I droni, i loro resti, sembravano rozzi giocattoli radiocomandati che hanno volato per 50 km portando bombe a frammentazione sotto le ali.

Arma ‘fai da te’ e da paura vera

«L’ISIS sembra che abbia cominciato ad interessarsi ai droni già dal 2014 per trasformarli in armi da impiegare contro le truppe della coalizione anti ISIS», scrivono i nostri. A Mosul, sempre IS avrebbe usato droni spia e droni ‘kamikaze’ contro edifici o folla. A marzo 2017, l’International Center for the Study sull’estremismo sosteneva che l’ex ISIS avesse costituito un centro per addestrare i miliziani ad impiegare droni armati. Droni commerciali che venivano trasferiti a Raqqa dove venivano modificati da tre ingegneri: il giordano Abu Azam e i siriani Abu Saad e Abu Usama (nomi di battaglia non ancora compiutamente identificati).

Droni e foreign figther europei

«In tali attività prestavano la loro opera anche foreign fighters europei». L’allora ISIS ha distribuito guide e manuali per armare e modificare i droni anche nell’impiego in attentati terroristici. Tuttavia, – allarme ultimo – con l’avvento del 5G, i droni stessi potranno essere impiegati oltre gli attuali limiti chilometrici. «In alcuni casi, tali macchine – divenute dual use, con apparati di sorveglianza e di armi – sono state impiegate da alcuni armatori su loro navi per individuare e contrastare azioni di pirateria marittima». Altro che i nostri due poveri Marò ancora in attesa di sentenza.

Droni e usi malintenzionati

Mandare in tilt un grande aeroporto (come il 18 dicembre 2018 al Gatwick di Londra), o attacco hacker (a Torino il 13 luglio 2019) con droni sottratti al controllo dei rispettivi piloti. Attentati di natura chimica e/o batteriologica impiegando droni commerciali per le irrorazioni agricole. Nel 2013 un drone gestito dal Pirate Party Germany (Piraten), riuscì ad atterrare vicino al cancelliere tedesco Angela Merkel, durante un evento sportivo a Dresda. Nell’aprile 2015 un drone che trasportava sabbia radioattiva proveniente dalla centrale nucleare di Fukushima riuscì ad atterrare sul tetto degli uffici del Primo Ministro giapponese a Tokyo.

Droni contro Maduro

Droni commerciali sono già stati impiegati per un attentato il 4 agosto 2018 in Venezuela, fatti esplodere durante una parata militare presenziata da Nicolás Maduro, il contestato Presidente. Bersagli potenziali tutti (e non solo i nostri ‘cattivi’). A livello internazionale, corsa all’acquisto di droni quale tecnologia commerciale ampiamente disponibile. È un mercato in forte espansione che prevede una vendita globale, nel 2021 valuta a 4,8 miliardi di dollari. E i droni commerciali volano ad una quota estremamente bassa, difficilmente intercettabili da radar anche per le ridotte dimensioni. E possono trasportare pesi e quindi ordigni.

Potenziali armi d’attacco

«Questa tipologia di droni è facilmente modificabile, rendendone quindi possibile la trasformazione in armi in molteplici modi». Esempio senza suggerimenti pericolosi: sostituire la fotocamera con esplosivo o oppure trasformando l’apparecchio in un “drone suicida”», e ci fermiamo qui. Il guaio è che tali apparati sono troppo facilmente trasformabili in armi micidiali, «oggi sono alla portata di tutti, si trovano in vendita perfino nei supermercati a meno di 50 euro, mentre quelli da appassionati possono costare fino a 1.500 euro». Quasi peggio delle armerie Usa, a questo punto.

Racconto da paura e sicurezza addio?

Oggi, denunciano i due autori (Luciano Piacentini, incursore, già Capo di Stato Maggiore della Brigata Folgore, e Claudio Masci, Ufficiale dei Carabinieri con finale tra le spie), manca qualsiasi sistema di sicurezza  commisurato all’evoluzione dei droni. «La diffusa avvertita mancanza di una appropriata regolamentazione, non più rinviabile favorisce il loro impiego per compiere azioni terroristiche, che possono incidere sulla sicurezza nazionale», la denuncia (e non soltanto la loro). La loro analisi sottolinea il pericolo legato al rientro di foreign fighter e dalla migrazione di reduci ex Isis.

Conclusione che avremmo preferito evitare

«Nel contesto urbano, l’impiego dei droni a scopi terroristici rappresenta una minaccia dagli effetti devastanti»: 1) danni materiali, 2) attacco filmato in tempo reale, a rilanciare e moltiplicare l’effetto paura/panico. «La minaccia attuale è molto complessa a causa delle tecniche di occultamento inventate dai terroristi, associate ai nuovi dispositivi elettronici ed esplosivi improvvisati». Tutto questo altera il concetto stesso minaccia e di difesa. «Questa nuova asimmetria di rischio impone il ricorso a nuove e più sofisticate tecniche e contromisure a protezione delle grandi città europee».

*il grassetto è di nandocan

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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