Ilva

Con la sobrietà (meritoria) che lo distingue Marnetto riassume con chiarezza il problema ILVA, che è poi quello dell’assenza di una politica industriale capace di cavalcare una crisi ambientale che, qui come altrove, non tollera indugi. E qui come altrove, sarà impossibile uscirne senza il superamento graduale, ma determinato e irreversibile, di un modello neoliberista di produzione e di consumi che, insieme alla crescita delle diseguaglianze, il capitalismo si ostina a difendere, se necessario alleandosi – come fecero un secolo fa gli agrari con il fascismo – alla destra populista (nandocan)

***di Massimo Marnetto, 5 novembre 2019 – L’ambientalismo si proclama bene, ma quando si deve mettere mano al portafoglio, arrivano puntuali i ripensamenti.

Questo vale per la plastica, ma è ancor più evidente per l’Ilva. Dove costose bonifiche dell’impianto sono state previste, ma mai attuate, con l’unica strategia di governi e proprietà di tirare a campare. Anzi a morire, perché l’impianto così com’è genera tumori. A questo serviva lo “scudo penale”: rendere immuni i responsabili di queste morti dalle conseguenze penali, nonostante una palese violazione della Costituzione, che presto sarebbe arrivata al vaglio della Suprema Corte.

Con la dichiarazione di recesso di Arcelor-Mittal il quadro è drammatico, ma più chiaro: o escono i soldi (tanti) per la bonifica dell’impianto con un piano industriale che tenga insieme controllo delle emissioni ed equilibrio gestionale; o si chiude, con una mega-piano di rioccupazione-cassa integrazione degli ex-operai, per evitare una bomba sociale. In entrambe le ipotesi ci vuole visione e coraggioso sprezzo del consenso a breve, due qualità che una modesta classe politica non ha. La terza via, la peggiore, è la “sindrome Alitalia”. Ovvero stabilizzare anche l’Ilva in un coma di perdite e buttare sui contribuenti i relativi costi, tenendo buona l’opinione pubblica con la favola del “prestito ponte”.
Il sonno della politica industriale nazionale genera mostri.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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