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Morto un Califfo se ne fa un altro: soldi, armi, reclute e ideologia

Interessante  rassegna di Remocontro su chi cerca di attribuirsi il merito assieme agli Usa dell’uccisione di Al Baghdadi, chi si dice soddisfatto e chi si mostra cauto e aspetta conferme. L’eliminazione del leader dell’ex Isis, Abu Bakr al Baghdadi, da parte dei Navy Seal statunitensi, ha generato reazioni molto diverse tra gli attori locali e internazionali sulla scena mediorientale. La vittoria dei Curdi in Irak e in Siria non significa la fine del terrorismo islamico. Ma siamo sicuri poi che le grandi potenze ne vogliano davvero la scomparsa? (nandocan)

***di Ennio Remondino, 29 ottobre 2019 – Muore il Califfo nasce la ‘nuova Isis’

«La “nuova Isis” nasce nel segno di Saddam. Il “fantasma” iracheno, l’erede del Califfo». Titola deciso l’Huffington Post con Umberto De Giovannangeli che ci avverte che l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi non segna la fine dell’Isis, ma per come e dove è avvenuto, l’ultimo atto del “califfo” rappresenta anzitutto una vittoria della Turchia come già aveva sostenuto ieri il nostro Piero Orteca. «Al-Baghdadi è stato eliminato in un’area del nord della Siria passata sotto il controllo di milizie qaediste reclutate da Erdogan per cacciare i combattenti curdi siriani dell’Ypg e dar vita ad una mega operazione di “sostituzione etnica”».

Trump, Erdogan, Assad, Putin

Trump, ora può dire che guerra al terrorismo è stata vinta, altra delle sue bugie, e condividere il ‘trionfo’ il 13 novembre prossimo alla Casa Bianca con turco Erdogan. «Sulla pelle (non è una metafora) dei Curdi, il popolo più tradito al mondo». Erdogan passa all’incasso, «nessuno oserà più mettere in discussione l’invasione turca del nord della Siria, ma tutto questo con la fine della guerra al terrorismo jihadista non c’entra nulla». Ma, annota, giustamente, Pierre Haski, di France Inter, su Internazionale, «Al-Qaeda, non è scomparsa dopo aver perduto il suo leader, e al contrario ha partorito l’Is. Le metastasi del jihadismo non sono ancora sotto controllo».

Erdogan Trump caccia mandato bis

Ad ognuno il suo terrorista di comodo, rileva Michele Giorgio su Nena News. Il turco Erdogan paragona l’ex Isis al Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan e al suo alleato in Siria, le Ypg che hanno sconfitto gli uomini di al Baghdadi. Ma gli stessi curdi, presi di mira da Ankara, dicono di essere stati loro e dare l’indicazione giusta su Al Baghdadi agli americani. Altrettanto rivendica il governo iracheno con la sua spie. «Forze statunitensi, in coordinamento con il Servizio di intelligence nazionale iracheno»… Applaude l’Arabia saudita, tra i principali produttori di radicalismo religioso e jihadismo.

Frenano Russia e Iran coi loro dubbi

Mosca non è del tutto convinta che il capo dell’Isis sia stato effettivamente ucciso. Il ministero della Difesa russo afferma di «non avere informazioni affidabili sull’operazione da parte dei militari statunitensi sull’ennesima eliminazione di Al Baghdadi». Più volte in passato il leader del Califfato è stato dato per morto in raid aerei della Coalizione a guida Usa. Comunque, da Mosca, «contrastare il terrorismo è un compito molto più difficile della distruzione fisica dei suoi leader». Da Teheran la denuncia del ruolo delle monarchie del Golfo nella creazione e sviluppo dell’ex Isis. «L’uccisione di al Baghdadi non metterà fine a Daesh e alla sua ideologia che è stata creata con l’aiuto dei petrodollari regionali».

Il dopo Al Baghdadi era già in corso

Eredi. Il candidato più segnalato è Abdullah Qardash, in prigione a Bucca (Iraq) con il leader ucciso nel 2004. Secondo l’agenzia di stampa jihadista Amaq, al Baghdadi lo aveva incaricato di gestire gli affari interni dello Stato islamico. Qardash, che si proclama un discendente diretto della famiglia di Maometto e della tribù dei Quraysh, probabilmente condividerà una porzione di potere con altri quadri dell’Isis: Sami al Jaburi, l’ideologo Amir al Mawla e l’esperto di esplosivi Muataz Numan. Annotazione allarmante, nonostante la perdita del territorio in Iraq e in Siria, le cellule IS si sono moltiplicate soprattutto nell’Africa centrale e occidentale, in Pakistan, India, Bangladesh e Khorasan (Afghanistan) oltre che in Medio Oriente.

Soldi, armi, reclute e ideologia

«Per ora, lo Stato islamico continua inoltre a disporre degli elementi più importanti per un’organizzazione terroristica: soldi, armi, reclute e un’ideologia che conferisce legittimità e definisce il perimetro del dentro e del fuori, degli amici e dei nemici, degli affiliati e degli obiettivi ultimi», avvertono Giuliano Battiston ed Emanuele Giordana sul Manifesto. La tenuta complessiva dell’organizzazione resta comunque la domanda chiave. L’Islamic State, possibili conflitti interni sulla leadership, e poi la ‘concorrenza sul mercato jihadista’ con la vecchia ma solida e collaudata al-Qaeda fondata da bin Laden guidata dal longevo Ayman al-Zawahiri.

IS, amici e nemici dentro e fuori

Le varie «Province/Wilayat», le aree in cui l’attivismo frenetico di al-Baghdadi ha portato all’affiliazione di gruppi più o meno forti e strutturati, dall’Egitto allo Yemen, dall’Algeria all’Africa centrale, dal Caucaso alla Nigeria, dall’Arabia saudita all’Afghanistan, culla del jihad contemporaneo e cuore del progetto asiatico di Abu Bakr al-Baghdadi, che all’inizio del 2015 ha riconosciuto la nascita della cosiddetta «provincia del Khorasan». L’atto di fedeltà di queste province era rivolto a lui, al-Baghdadi. «Non è detto che il successore saprà fare altrettanto bene e mantenere tanti gruppi diversi sotto lo stesso cappello».

Giuseppe Santomartino

«Seri studi dimostrano come le eliminazioni delle leaderships delle organizzazioni islamico-radicali incidano poco sulla cifra di minaccia e sulla loro resilienza», scrive l’islamista e generale Giuseppe Santomartino. «In nessun caso l’eliminazione di un leader ha portato alla scomparsa o riduzione di letalità dell’organizzazione, tutt’altro (con bin Laden dopo la sua morte al Qa’ida che stava languendo ha anzi ripreso vigore con Ayman al Zawahiri). Nel caso dell‘IS ex Isis poi al Baghdadi proprio col sistema della decentralizzazione dei vari wilayat (provincie affiliate dal Sahel alla Asia Centrale al Sud Est asiatico) ha creato un networks mondiale di assoluta rilevanza ( di cui forse NON abbiamo ancora capito la portata ) che esprime molto di più della mera minaccia terroristica».

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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