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Ritorno alla politica

A proposito di politica e antipolitica e in particolare dell’assenza di una visione prospettica e progettuale che caratterizza il dibattito tra i partiti sia di maggioranza che di opposizione, Raniero la Valle ricorda oggi nella newsletter che abitualmente ripropongo in tutto o in parte su “nandocan”, un convegno della rivista “Bozze” , da lui diretta, al quale presi parte anch’io in qualità di redattore, dedicato al tema della “uscita dal sistema di dominio e di guerra”. Era l’ottobre del 1986 e in quel convegno prese tra gli altri la parola Claudio Napoleoni, l’economista e filosofo che – ricorda La Valle – ha denunciato l’alienazione oltre la stessa critica di Marx alla società borghese, e alla fine della sua vita ha fatto sua la drammatica domanda di Heidegger se ormai “solo un Dio ci può salvare” (nandocan). 

***di Raniero LaValle, 18 ottobre 2019 – … Disse Napoleoni: “Io non avrei in vita mia affrontato mai una questione teoretica se non fossi stato spinto a farlo da un interesse politico”; e aggiunse: “E posso dire, anzi arrischio a dire, che questa forza che ha avuto la politica come luogo in cui stare e da cui parlare, è naturalmente derivata dal fatto che la politica era qui concepita come lo strumento di una liberazione”; non dunque come un insieme di azioni relative a problemi singoli e determinati, ma come avente “un obiettivo generale e comprensivo, che si riferisce cioè al destino dell’uomo e non a suoi particolari problemi”, o come l’operazione che affronta tali problemi dell’uomo “all’interno di una visione di quello che può essere concepito come il suo destino”.

Anche lì dunque era dichiarata una dinamica che dalla politica porta al pensiero. E infatti è sempre così. Sono le rivolte degli oppressi che producono il pensiero rivoluzionario, non viceversa. È la Resistenza antifascista che produce da noi il pensiero costituente. È la lotta contro i missili nucleari che produce il pensiero pacifista. È la Chiesa in uscita che produce il pensiero di religioni senza frontiere, nell’unica fraternità umana. C’è sempre una tensione bipolare, come dice il Papa, tra la realtà e l’idea, e la realtà è superiore all’idea.

Realtà è la politica, e l’idea è il pensiero che la pensa. Per questo il fascismo diceva: “qui non si fa politica, si lavora”, perché non voleva che fosse pensato il pensiero dell’antifascismo. Per questo il sistema distoglie dalla politica, perché non vuole la critica politica. Per questo si diffamano “le poltrone”, si oltraggia la “casta” dei politici, si distruggono i partiti, si nega la distinzione tra destra e sinistra, per fermare e impedire il pensiero politico, unico antidoto al pensiero unico, all’economia che uccide, unico viatico a un’alternativa di sistema.

Per questo occorre tornare alla politica, a veri partiti che la interpretino, e tanto più quando il pensiero che oggi va pensato è quello di un costituzionalismo universale e di una Costituzione mondiale, perché è sul piano mondiale che l’essere umano oggi è giocato. Perché senza politica c’è la guerra, come quella che Erdogan sta facendo in Siria e senza politica Kobane non troverà mai pace, e con essa tutte le altre Kobane del mondo. E invece della politica c’è la morte, e le vittime sono sempre loro, i più piccoli e più poveri, quelli che non devono esserci, perché non c’è posto per loro, che siano curdi, palestinesi, rohingya del Myanmar o migranti e profughi di guerra o di fame. È un simbolo non da poco che Alan, il bimbo che tre anni fa il mare ha deposto, come una preziosa spoglia, sulle spiagge della Turchia, ed è diventato icona dei naufraghi periti sulle rotte del rifiuto europeo, fosse anch’egli un curdo siriano; anche lui in fuga dalla guerra, anche lui in cerca di terre mai promesse; anche lui di Kobane.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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