Invasione turca: si muove Damasco, rischio guerra totale per scelte folli

Non basta mettere l’embargo sulle armi a chi già, come Erdogan, ne possiede più di quante ne servono, ma l’Italia e l’Europa (per ora) non si impegnano ad altro. Dalla nostra sinistra mi pare che soltanto Giuseppe Civati abbia proposto il ritiro dell’ambasciatore e lo stop ai rapporti commerciali con la Turchia. Quale sia la politica estera di Trump, se non quella di farsi gli affari suoi,  è difficile da capire, ma nonostante un Medio Oriente in ebollizione a due passi da casa non sembra esistere neppure una politica estera europea. In compenso l’indignazione retorica abbonda (nandocan)

***di Piero Orteca, 13 ottobre 2019  (da Remocontro) –

Anche questa crisi sul conto di Trump
Forte con i deboli e debole con i forti. Si può riassumere così l’atteggiamento di Trump in politica estera, contrassegnato dai soliti giri di valzer e da una strategia che difficilmente viene digerita anche dai suoi adviser. Lo sviluppo della crisi turco-curda ne è un esempio eclatante. Già da lunga pezza gli analisti più accorti avevano scritto che lo sbocco più probabile della guerra civile siriana sarebbe stato un “tutti contro tutti”. In particolare, in molti temevano la riapertura clamorosa del confronto tra Ankara e le milizie del Kurdistan. Detto fatto.
Mentre ancora si discute sulla spartizione dei pani e dei pesci dopo la mattanza siriana, ognuno comincia a muovere i birilli pro domo sua. La verità è che in Medio Oriente non c’è una politica estera americana, ma la Casa Bianca si muove secondo folate di vento che non sembrano generate da alcuna logica di lungo periodo. Nè il resto dell’Occidente dimostra la capacità di sviluppare iniziative di pace autonome, smarcandosi dal solito zigzagare di Trump.

Bubbone turco evanescenza Usa
È un pezzo che il bubbone turco si va immarcescendo, senza che la diplomazia a stelle e strisce e quella europea sappiano tirare un ragno fuori dal buco. Non basta mettere l’embargo sulle armi, come dice l’Europa, tanto gli affari li faranno i russi e i cinesi. Così come non basta la riunione d’urgenza della Lega araba, un’organizzazione che non ha mai concluso niente di buono. Ormai anche lo scemo del villaggio ha capito che il “piattino” era pronto da tempo. I curdi se li sono venduti tutti, compreso compare Putin. Gli interessi dei singoli Stati (superpotenze, potenze regionali, giù giù fino a Paesi staterelli assortiti) dettano il ritmo di una diplomazia che non fa sconti. Così i disperati della storia, come i curdi, dopo avere dato l’anima e le terga per sradicare l’Isis dalla Siria, si ritrovano tutti contro, nemici e presunti amici. Toccare la questione curda non conviene proprio nessuno, e infatti, nessuno ne sente il bisogno.

Il ricatto migratorio turco
Le parole di Trump, gli appelli della Merkel e degli altri putrefatti parrucconi di Bruxelles (che di europeista hanno solo il portafogli) sembrano barzellette, mentre sul campo si continua a morire. Ma attenzione, perché non si può nascondere tutta la polvere sotto il tappeto. L’Europa senza coscienza, quella che ciancia cialtronescamente di solidarietà (sulla carta) verso i migranti, rischia di ritrovarsi con un nuovo esodo biblico. In 500.000 stanno già scappando dalla striscia di guerra, mentre Erdogan minaccia di liberarsi dei 3 milioni e mezzo mezzo di profughi siriani che ha accolto a peso d’oro nei suoi confini. Si tratta di una tragedia umanitaria che i soliti politicanti del piffero e i moralisti dei sermoni domenicali sanno affrontare solo a chiacchiere. L’attacco lungo tutta la linea di frontiera che separa la Turchia dalla Siria e che vede vittime i curdi era ampiamente prevedibile. E mentre Putin e i cinesi passano all’incasso, la situazione potrebbe diventare incandescente da un giorno all’altro.

Feroce Saladino, figurina a perdere
Ormai Erdogan si comporta come il Feroce Saladino, strafregandosene dei suoi legami con l’Occidente e con la Nato, in un’escalation che potrebbe anche toccare un punto di non ritorno. E sta qui tutto l’inghippo. Per mantenere la Turchia dentro la Nato, Stati Uniti e l’Europa le stanno consentendo di fare carne di porco. Mentre i russi lasciano fare, perché la loro percentuale di guadagno la dimenticheranno al tavolo della pace del dopo-Siria. Le truppe turche stanno cercando di creare una sorta di zona cuscinetto, un cordone sanitario, che partendo da Manbij e passando per Tel Abyad attraversa Ras al -Ain e arriva a nord-est fino quasi ad Assakeh. Bene, non occorre essere laureati in geo-strategia per capire come tutto fosse già stato concordato a tavolino. Erdogan ha già detto che non rivendicherà manco 1 cm in più dei territori che andrà ad occupare. E pare che stia rispettando alla lettera l’impegno preso con gli altri traffichini occidentali.

La nuova inconsistenza Usa
Naturalmente, Ankara il diritto internazionale se lo è messo sotto la suola delle scarpe. Così come ha continuato a spernacchiare Trump e i suoi Ministri, a cominciare dal Segretario alla Difesa Mark Esper per finire a quello del Tesoro Steven Minuchin. Quest’ultimo ha detto che non è il caso ancora di parlare di sanzioni economiche, anche perché il loro effetto potrebbe cominciare a farsi sentire quando nel nord della Siria non resterà che un cumulo di macerie. Erdogan
appare molto sicuro dei cavoli suoi e ha molte frecce al suo arco, a cominciare dai rapporti politico-militari con la Russia, non certo trasparenti. Come già
detto, c’è poi il capitolo rifugiati, che pesa quanto l’Everest, dato che stiamo parlando di 3 milioni e mezzo di persone che il sultano turcomanno minaccia di mettere alla porta dall’oggi al domani, spedendoli, con un biglietto di sola andata, verso i paradisi europei. Certo, sarebbe una carognata, ma come dicono i francesi “in amore e in guerra tutto è permesso”.

Migranti e foreign figthers di ritorno
Anche mettere in crisi la politica migratoria di Bruxelles, che fa ridere i polli e che fa straparlare qualche politicante nostrano. Senza contare il migliaio di taglia gole
dell’Isis pronti a trasferirsi sulle nostre piazze per fare danni di tutti i tipi. Quindi, i curdi ridiventano quello che sono sempre stati: cioè la carne da cannone del Medio Oriente. Il mondo deve dire grazie proprio ai curdi se si è vinta (o quasi) la guerra contro l’Isis. Gli stessi curdi che ora parlano a ragione di una “coltellata alle spalle” inferta loro per l’ennesima volta dagli “amici” americani. Certo, la decisione di Trump di ritirarsi dal nord della Siria ha rappresentato un vero e proprio semaforo verde per Erdogan, che non lo si è fatto ripetere due volte. Dopo il Golfo Persico, la Galilea e la Striscia di Gaza, il confine turco-curdo sta diventando l’ennesima traballante tessera di un mosaico che non riesce a trovare stabilità. Ma nel caso specifico la questione diventa di una delicatezza ancora più estrema: stiamo infatti parlando di un Paese, la Turchia, che è contemporaneamente membro della Nato e crocevia strategico tra Europa, Asia e Medio Oriente.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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