Sloganamento della politica

***25 giugno 2019 – Sloganamento della politica. Come sempre, il neologismo è orribile ma rende l’idea. Quella del danno arrecato dall’abuso quotidiano delle battute che mortificano  dignità e  razionalità del confronto politico. Al punto che è doveroso chiedersi se convenga continuare a lasciare andare le cose per il loro verso o provare a darci qualche regola di linguaggio. Come politici, giornalisti, o anche semplici cittadini elettori. Dall’economia all’ambiente, dall’educazione alla scienza e alla tecnologia, dalla democrazia alle relazioni internazionali, non sono poche le cose che sono state lasciate andare per il loro verso. Se oggi più o meno tutte risultano in crisi, vuol dire che anche l’animale più intelligente non è poi così intelligente.

Ma lasciamo i discorsi teorici e torniamo allo slogan-amento. Lo vidi nascere sotto i miei occhi tanto tempo fa, nella redazione del telegiornale RAI, quando allo scopo di alleggerire l’informazione e allo stesso tempo non scontentare nessun partito, si impose la regola di limitare l’intervista ad una breve domanda seguita da  risposta altrettanto breve. Col tempo si è arrivati ad abolire la domanda e mandare solo un operatore a registrare la battuta d’ordinanza, ovviamente prevedibile nella maggior parte dei casi, felici i politici di non trovarsi in imbarazzo con una replica e contento il tg di cavarsela sulla par condicio. Con l’arrivo dei social  e di Twitter in particolare, l’arte di banalizzare in un pensierino l’analisi politica ha esaltato la popolarità di chi riusciva più stuzzicante e divertente. Al punto di imbastirci attorno anche un’intera trasmissione come Propaganda Live. Piacevolissima, d’altronde.

Veniamo ad oggi con un argomento a caso. Per esempio, lo scontro tra Alessandro Di Battista, scalpitante leader grillino, e l’ex ministro del lavoro Cesare Damiano sulla nota proposta giallo verde del salario orario minimo di 9 euro per tutti i lavoratori. E’ prevista dal “contratto” e i 5stelle insistono perché venga inserita nella manovra finanziaria di fine anno. I leghisti insistono invece sulla flat tax e finiranno per giocarseli a pari e dispari. Il PD, che ha una sua proposta alternativa dove si prevede l’estensione per legge erga omnes dei minimi stabiliti nel contratto collettivo di categoria, manda Damiano in tv a contestare il progetto grillino.
“Insomma, secondo lei 9 euro all’ora sono pochi o sono troppi?” viene interrotto bruscamente l’ex ministro. “Sono troppi” si lascia sfuggire Damiano, “moltiplicate per le ore mediamente lavorate da un metalmeccanico in un mese, che sono 173, il salario minimo di base diventa di 1550 euro lordi”.

Ma così è come se avesse offerto la guancia alla propaganda avversaria, che difatti non si fa attendere. Ed ecco infatti Di Battista che interpellato a sua volta sull’argomento prende la palla al balzo per buttarla sul personale:”Chi parla – sogghigna – è Cesare Damiano, ex sindacalista ed ex ministro del lavoro. Damiano è alla quarta legislatura il che significa che solo di assegno di fine mandato, quando smetterà di fare il deputato, si beccherà circa 160mila euro…eccoli gli ipocriti del nuovo millennio. Ricordano Berlinguer, fanno nostalgici pugni chiusi ma sanno solo leccare il sedere a Confindustria. E sono osceni traditori dei lavoratori, di ideali giovanili e, oltretutto, della Costituzione, che tutela il diritto del lavoratore a “una retribuzione sufficiente ad assicurare a se e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Bene, bravo, bis.

In un confronto pacato, che si svolgesse in parlamento o in un convegno pubblico, con il moderatore impegnato a fare chiarezza piuttosto che ad  aizzare la polemica accanto alle rumorose reazioni del pubblico, Di Battista sarebbe stato indotto ad evitare quell’ inutile sproloquio e costretto ad entrare nel merito delle obiezioni fatte dall’ex ministro, contestabili quanto si vuole ma non prive di fondamento. La cifra dei 9 euro lordi orari di salario minimo, aveva spiegato Damiano, è quella fissata dalla Germania, dove 9 euro rappresentano la metà del salario medio tedesco, mentre in Italia il salario medio, secondo l’ Istat, è poco più di 11 euro. Quindi 9 euro sono l’80 % di questa cifra e i 9 euro costituirebbero un aggravio del 20% sul costo del lavoro. Le imprese sarebbero tentate di uscire dal sistema di contrattazione per rifugiarsi comodamente nel salario minimo di legge. Col risultato – conclude Damiano – che “non ci sarebbero le tutele né i diritti che oggi un salario contrattuale, anche più basso, garantisce. Mi riferisco a ferie, tredicesima, trattamento di fine rapporto, tutela per malattia, maternità, infortunio, permessi e festività retribuiti, scatti di anzianità, avanzamento professionale, previdenza e sanità complementari, premio di risultato e welfare aziendale”.

Basta così, non voglio trattare qui la complessa questione del salario minimo, esaminata tra l’altro ieri con competenza in un articolo di Tito Boeri sulla Repubblica, dove peraltro si criticano in blocco le varie proposte presentate, che rischiano di interferire con la contrattazione sindacale mentre il salario minimo presente in vari paesi, si occupa solo di impedire che i salari possano scendere al di sotto di una soglia prestabilita. Quindi non interferisce affatto con la contrattazione al di sopra di questo livello. Ripeto, il mio intento era solo quello di osservare che questa “campagna elettorale permanente” da tutti deprecata non è che il prodotto inevitabile di una politica che si affida sempre più al battibecco nei tg, sui social media o in qualche studio televisivo, ritmato insopportabilmente dagli applausi del pubblico.

Ecco perché anche il confronto più duro tra la sinistra, quella vera, e i Cinque Stelle non sarà quello relativamente facile sui programmi, che spesso coincidono, ma quello sul nodo democrazia diretta/democrazia rappresentativa, perché una piattaforma digitale non potrà mai funzionare meglio di un dibattito reale nei corpi intermedi della società, che produca scelte politiche e nuova classe dirigente traendole dall’esperienza e dalla competenza diffuse nel territorio. Se i partiti hanno fallito è solo perché hanno tradito la loro missione.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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