Bottini

A difenderli è rimasto soltanto Giorgetti. E l’inventore Borghi, naturalmente, il quale in un’intervista alla Stampa precisa che non si tratta di moneta parallela ma soltanto di “cartolizzare” crediti esistenti, “né più né meno di quello che aveva proposto Corrado Passera  nel governo Monti”. Dopo la bocciatura di Draghi e poco dopo del ministro Tria, anche Salvini precisa che “i minibot  non sono monete”, ma bisogna ancora “trovare una soluzione per pagare i debiti della pubblica amministrazione”. E, passate le elezioni, anche in fatto di porti chiusi sta venendo  a più miti consigli  accettando lo sbarco di migranti salvati al largo di Malta (nandocan) 

***di Massimo Marnetto, 8 giugno 2019 –  Quant’è, brav’uomo?
– Dunque… compresa frutta e carne… 42 euro e 70

– Quanto fa in mini-bot? Io li chiamo “bottini”, non trova anche lei che sia più carino come nome?
– (Maria, eccone un altro… chiama il 113…) Un momento prego…

– La vedo perplesso, brav’uomo. Se non vuole i Mini-bot, posso pagare in Nano-soldi… Ho capito: lei preferisce i bei “Carrocci” in contanti. Ho anche quelli. Non faccia il sospettoso, brav’uomo. Guardi che questo è l’unico modo per sottrarci alla schiavitù dell’euro. Dobbiamo tornare alla sovranità monetaria, così svalutiamo quando vogliamo. E se vogliamo più soldi, ce li stampiamo in casa con la stampante. Addio Zecca di Roma ladrona! La pacchia sta per iniziare, brav’uomo. Padroni a casa nostra! Mai più i saccenti richiami della UE. Che ogni volta che alza le chiappe, fa uno spread. Perché non ride brav’uomo? Non sia così triste e si lasci andare anche lei allo humor neo-rozzo?
– Certo, solo un momento signore. Intanto per non bloccare la file si accomodi pure…

Buongiorno agenti. Meno male che siete venuti subito. Eccolo là: è quello che parla da solo, con la maglietta col ritratto di Salvini.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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