Haftar che stenta in Libia torna a Washington a chiedere ‘consigli’

Intanto giunge notizia che la Cina comunista starebbe continuando a fornire missili all’Arabia Saudita, il più conservatore e reazionario dei regimi del MO di cui è anche il maggior partner commerciale. La disinvoltura degli Stati a cominciare dalle grandi potenze quando si tratta di affari è pari soltanto a quella delle mafie (nandocan) 

***di Remocontro, 7 giugno 2019* – ‘Offensiva lampo’ per la conquista di Tripoli, arenata da due mesi alla porte della capitale, ed il ‘generalissimo’, autonominato (un altro) ‘maresciallo dell’esercito libico’ (di quale Libia?) ha qualche problema che da militare, diventa politico. E allora lui, cittadino anche americano (mai scordarselo), torna a casa. L’indiscrezione, clamorosa ma ancora senza conferma ufficiale, viene da Libyan Express, secondo cui il generale della Cirenaica, a metà giugno a Washington, si incontrerà con il presidente Donald Trump, col quale finora avrebbe solo parlato al telefono.

Notizia ‘grassa’ e imbarazzi
Dietro all’evento, fine ufficiale della incerta ‘neutralità Usa’ tra le parti libiche, ci sarebbe lo zampino saudita, sostengono i media libici. Utile ricordare che Kalifa Belqasim Haftar, ex fedelissimo del fu colonnello Gheddafi regnante sulla Libia, in rottura col Rais per i suoi insuccessi della guerra in Ciad, fuggì negli Stati Uniti, accolto, coccolato e fatto cittadino. Dettaglio ‘buffo’ (diciamo così) del suo lungo soggiorno americano, la residenza a Langley, sobborgo di Washington dove ha anche sede il quartier generale della Cia. Evviva evviva.

Casa Bianca via Langley?
«La visita, prevista il 18 giugno -dice la fonte all’agenzia di stampa italiana Nova- inizierà con un incontro con il presidente Trump e il generale Haftar alla Casa Bianca alla presenza del segretario di Stato Mike Pompeo». All’ordine del giorno tra i due, raccontano, la lotta alle formazioni terroristiche in Libia, ma forse non è l’argomento centrale. In Libia la battaglia tra le milizie del premier Serraj e il Libyan national army di Haftar resta bloccata alla periferia della capitale. Problemi militari che potrebbero costringere gli Usa ad uscire alla scoperto su alleanze e interessi in campo.

Intanto è anche alluvione
Negli ultimi giorni però l’attenzione dei media locali va soprattutto alla cittadina sud-occidentale di Ghat, ricorda al mondo Rachele Gonnelli sul manifesto. Quattro giorni da piogge torrenziali che hanno provocato una vera e propria alluvione con morti e oltre duemila sfollati climatici (oltre a quelli di guerra). Ora il timore di epidemie e infezioni in assenza di di aiuti umanitari sia da Bengasi sia da Tripoli. Un Paese con due governi, due parlamenti, due sistemi bancari, eppure la Libia non riesce a soccorrere gli alluvionati di Ghat. Col sindaco che ieri si è rivolto alla vicina Algeria.

*URL: https://wp.me/p403Qg-fm3, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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