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Libia, la guerra nascosta per ciò che preme dietro

Da Remocontro, Piero Orteca ammonisce invano un’informazione affaccendata nel gossip e una politica che naviga a vista a prendere atto di quanto ci attende dietro l’angolo della nostra imprevidenza. Mentre al governo continua la campagna elettorale e  i tweet di Salvini ironizzano ancora sul Presidente della Camera Fico per aver dichiarato il 2 giugno festa “di tutti coloro che sono nel nostro territorio”, immigrati compresi. “Attendiamo la festa degli scippatori e dei lavavetri”, ha scritto “il più votato degli italiani” (nandocan)

***di Piero Orteca, 5 giugno 2019 – Elezioni europee, Trump a sproloquiare menando pacche sulle spalle alla Regina Elisabetta, crisi Usa-Iran che sembra trattata da diplomatici scappati da una Neurodeliri, governo italiano in bambola e conti pubblici a ramengo. C’è stata molta carne al fuoco nelle ultime due settimane. Sì, tanto fumo e poco arrosto. E la Libia? Se la sono scordata tutti (o quasi). E’ scomparsa dalle prime pagine dei giornali, che trovano molto più interessante farci sapere quanti piatti di roast beef si è strafogato il Presidente americano a Buckingham Palace. Ognuno vede il mondo a modo suo, per carità. Noi invece, poverelli poverelli, ma anche cantando fuori dal coro, pensiamo che ciò che succede (ancora) nell’ex “cassone di sabbia” di giolittiana memoria ci interessi molto, ma molto da vicino.

Nemesi Libia l’assaggio
La Libia, ripetiamolo in tutte le salse ai perbenisti in servizio permanente effettivo, sarà la nostra nemesi. L’altro ieri il “Libya Herald” di Tripoli parlava della controffensiva di Serraj contro Haftar, di 100 mila sfollati e degli oltre 600 morti (per ora) provocati dalla guerra civile. L’ennesima, scatenata dai francesi. Finora noi non abbiamo conosciuto alcuna vera emergenza migratoria. Una provocazione? Per niente. Chi studia la materia con tanto di tomi sul diritto internazionale, numeri e report dell’Onu, statistiche sulla disponibilità di risorse primarie (a cominciare da pane e acqua, energia e medicine), tassi di natalità, cifre relative agli “Internally displaced” e flussi dell’esodo, sa che il vero fenomeno esploderà nei prossimi anni, su scala esponenziale. Con tanti zeri.

Prossimo esodo biblico
O risolviamo diplomaticamente le cose e variamo un Piano Marshall internazionale per l’Africa o dovremo fronteggiare un esodo biblico. Da soli. Perché in questo campo l’Europa è fatta da cialtroni, che sono tutti girati dall’altro lato. E da sepolcri imbiancati, che fanno gli impiegati statali della politica umanitaria (e dello spirito). Professori di morale a quattro palle due soldi, senza che però siano capaci di indicare soluzioni concrete. Anche perché per mille che ne arrivano qua (praticamente una goccia in un oceano di sofferenza), in Africa, dal Sahel alla Somalia, ce ne sono almeno 25 milioni già scappati di casa, che non hanno manco un dollaro per mangiare e bere. E crepano dalla fame. Figuratevi se hanno i 5 mila dollari per pagarsi il “viaggio della speranza” fino alla Libia e poi per imbarcarsi verso le nostre coste.

Regole più dei numeri
No, quelli sono “fratelli di serie B”. I bambini muoiono come le mosche, senza che (quasi) nessuno se ne accorga. Sgombriamo il campo dagli equivoci. Codici e regolamenti alla mano, chi arriva e chiede asilo ha tutto il diritto di farlo e noi abbiamo tutti gli obblighi di questo mondo di assisterlo. Punto. Non è solo umana pietà, è anche diritto internazionale. Vi risparmiamo gli articoli della Convenzione di Ginevra e quelli del Trattato di Dublino, oltre che le circolari europee, il Trattato di Schengen e i regolamenti SAR sui salvataggi in mare. E che sia chiaro, anche agli eroi della domenica, che fanno belle dichiarazioni perché è “trendy”: il diritto è indipendente dalle quantità. Se vale per uno, vale anche per due milioni di poveri disgraziati che cercano rifugio e uno straccio di vita migliore. Arriveranno? Eccome se arriveranno.

20 milioni in 10 anni
Non è cabala, è matematica. Previsioni? A essere realisti, tenteranno di entrare nel Vecchio Continente almeno 20 milioni di richiedenti asilo nei prossimi due lustri. E ci teniamo bassi. Soluzioni? Difficili. Il pianeta non ce lo siamo inventati noi. L’accoglienza è doverosa e moralmente inderogabile. Ma costa. Per cominciare, a seconda della vera emergenza, che comincerà all’improvviso, in Italia potrebbero bastare una decina di miliardi di euro. Da dove arriveranno? Tasse, patrimoniali e l’Obolo di San Pietro, accompagnato magari da qualche pesante Croce pettorale, venduta all’incanto, per devolvere il ricavato ai rifugiati. Che, ripetiamo, ne hanno sacrosanto diritto. Umano e divino. Segnatevi la data e vedrete che fra un paio d’anni spartirsi le nostre piccole e grandi ricchezze con chi arriva sarà l’unico modo per affrontare il problema. Quelli cruenti non c’interessano e li lasciamo volentieri agli altri.

Non vi piace?
Facciamo i radiologi, non i chirurghi. E poi, prima di predicare a vanvera, bisogna riflettere sette volte. Come i peccati capitali. O vogliamo “comprarci” il Paradiso con quattro spiccioli? Il padre del monachesimo medievale, il grande San Benedetto, diceva “ora et labora”. Appunto.

URL: https://wp.me/p403Qg-fkQ, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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