Genova, porti vietati alle guerre non a chi scappa dalle guerre

Questa sì che sarebbe una buona notizia. I leggendari “camalli” del porto di Genova come i portuali di le Havre sembrano intenzionati ad impedire il traffico clandestino di armi vigilando sul rispetto delle leggi sulle armi destinate a Paesi in guerra, a cominciare da quelle fornite direttamente o indirettamente all’Arabia Saudita che, come purtroppo noto da anni, hanno già ucciso migliaia di civili nello Yemen (nandocan)

***di Ennio Remondino, 17 maggio 2019* – «Chiudiamo i porti alle armi, non alle persone»
Genova, porti vietati alle guerre non a chi scappa dalle guerre. Chi di slogan colpisce… Ripreso in chiave pacifista lo slogan simbolo di Matteo Salvini da parte dei portuali di Genova, i “leggendari camalli” li chiama Paolo Frosina sul Fatto Quotidiano. Leggenda forse è esagerato, ma protagonisti reali e da sempre nella vita sociale e politica della città è storia. Nuovo fronte di battaglia civile di cui abbiamo già raccontato qualcosa ieri, il previsto arrivo nel porto ligure della Bahri Yanbu, un cargo battente bandiera saudita di proprietà dal governo di Riyadh. Una nave che -documenti d’imbarco e fotografie nelle stive- porta a bordo armamenti di fabbricazione europea diretti allo scalo saudita di Gedda, dove l’arrivo è previsto a fine mese. E non è difficile immaginare che la destinazione finale sia lo Yemen, dove l’esercito saudita combatte con ferocia i ribelli Houthi sostenuti dall’Iran, senza badare a vittime civili -60 mila-, fame ed epidemia di colera.

Torniamo a mare
Ci sono otto cannoni semoventi di tipo “Caesar” prodotti dall’azienda di Stato francese Nexter, già bloccati dai portuali di Le Havre. Internazionalismo pacifista. Scalo francese saltato e legittimo sospetto dei nostri camalli che, l’imbarco saltato in Francia, dovesse avvenire a Genova. Ma ormai se lo scordino gli armatori, e qualche governante spieghi la politica italiana sulle armi destinate a Paesi in guerra. Il rispetto della legge. Non solo quella italiana, per Roma eventualmente distratta. L’articolo 6 del Trattato Onu sul commercio delle armi del 2014 -firmato dall’Italia- che impone di «non autorizzare trasferimenti di armi convenzionali se sono a conoscenza del fatto che potrebbero essere usate in attacchi verso obiettivi civili». E qui scoppia anche il caso delle bombe per i sauditi prodotte in Sardegna dalla RWM tedesca. Nello Yemen ammazzano in italiano o in tedesco?

La nave ora perde tempo
Il cargo saudita Bahri Yanbu rallenta ogni giorno la sua velocità di rotta verso l’Italia, dopo lo scalo tecnico a Santander, annota Massimo Franchi sul manifesto: a Genova forse lunedì in mattinata. Le autorità saudite forse contano su qualche ‘aiutino’ interessato. Le autorità portuali sembrano voler accordare l’attracco dando credito alla dichiarazione che la nave non trasporta armi e che non ne sarebbero caricate nel porto ligure. Loro ci credono, i camalli no. «Lunedì mattina quando arriverà la nave e vedremo il ‘manifesto di carico’ (e salvo verifiche solitamente mai fatte ndr) sapremo se è vero che la nave non caricherà armi ma merci varie. Manderemo le squadre con nostri delegati per verificare se è effettivamente così. In caso contrario, sarà sciopero. Noi diamo un segnale: a Genova il porto è chiuso alle armi», la sintesi di Antonio Benvenuti, console della Compagnia unica dei portuali.

Quella nave troppe volte
La Bahri Yanbu le armi le avrebbe caricate in Olanda e munizioni ad Anversa, ma nessuna autorità ne denuncia la presenza a bordo. Complicità. Si è intanto scoperto che la compagnia saudita – Bahri è l’acronimo tradotto di compagnia navale nazionale dell’Arabia saudita – ha fatto carichi molte volte nei porti italiani, a Cagliari soprattutto.Ed ecco nuovamente le bombe prodotte dalla RWM Italia con sede a Ghedi, Brescia, e stabilimento a Domusnovas, in Sardegna. «In tutte le altre occasioni queste cose sono sempre state fatte nel massimo riserbo», aggiungono dal porto di Cagliari. Ora la mobilitazione preventiva dei lavoratori portuali, a rendere complicato il compito dell’armatore e degli agenti che lo appoggiano nei vari porti italiani. Secondo l’agenzia che rappresenta i sauditi , nessuna merce militare, solo impiantistica e rotabili. Ma questa volta molti occhi a verificare.

  • da Remocontro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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