Pro o contro Salvini. E poi?

Roma, 11 maggio 2019 – Pro o contro Berlusconi, pro o contro Renzi, pro o contro Salvini. E di Europa neppure si parla. A questo si è ridotta la democrazia? Le due bande di “rissa continua”, come le chiama oggi sulla Repubblica Massimo Giannini, sembrano veramente ai ferri corti a due settimane dalle elezioni, naturale che i giornali si affannino nelle previsioni di crisi politica all’indomani del 26 maggio. Quasi due punti in meno per la Lega negli ultimi sondaggi inducono Ilvo Diamanti a osservare che “quando si fa tutto, governo e opposizione al tempo stesso, alle lunghe ci si stanca”. Ma non ha torto Zingaretti a parlare di teatrino elettorale, nessuno più di lui può accorgersi di quanto questo può  rendere irrilevante la vera opposizione. Lo stesso Giannini ammette che “nonostante il calo di consensi delle ultime settimane Cinque Stelle e Lega restano maggioranza netta nel Paese”. E poi quali sono le alternative? per cui andiamoci piano con le previsioni di crisi.

Vediamo. “Che cosa può cambiare, nel rapporto tra Lega e M5S e nella durata del governo, se davvero le elezioni del 26 maggio dovessero essere meno premianti per Salvini?” Paradossalmente – si rispondeva Stefano Cappellini ieri sul medesimo quotidiano – l’esecutivo ne trarrebbe giovamento, sia pure minimo, anche se l’ipotesi opposta significherebbe una catastrofe”. E quindi? Domando a mia volta. Se si escludono dalle previsioni nuove elezioni politiche che consentano una maggioranza diversa e meno “catastrofica” di quella attuale, che altro possiamo attenderci di più commestibile di quella attuale? E se non si escludono nuove elezioni, sarebbe forse più accettabile, ammesso che riesca a trovarsi una maggioranza, un governo di destra-centro presieduto da Salvini? Oppure si immagina ancora praticabile un accordo (o “contratto”) tra PD e Cinque Stelle senza provocare una scissione all’interno dei due partiti? In questa prospettiva una vera sinistra unita, per la quale quasi nessuno ha avuto la voglia di lavorare, avrebbe forse fatto la differenza, ma salvo un risultato a sorpresa dalle europee è più che probabile che sia troppo tardi.

Naviga nel dubbio anche Antonio Polito sul Corriere della Sera, che a proposito del governo Conte scrive: “In queste condizioni  e senza un accordo politico che superi un contratto ormai inesistente perché già sbaragliato dagli eventi, l’esecutivo non riprenderà slancio. E se anche riuscisse a vivacchiare, magari perché Salvini ha vinto meno del previsto e Di Maio ha perso meno del previsto, per far che? Lo sa dire l’uomo forte del governo, o lo devono dire gli elettori?” Bella domanda. Ma se a navigare a vista sono anche questi illustri clerici della pubblica opinione e  se i sondaggi continuano a dare questi numeri che cosa potranno mai dire gli elettori? Bisognerebbe che avessero di fronte almeno un quadro di posizioni chiare, precise ma altrettanto concrete, sulle questioni fondamentali che il momento storico pone ormai con urgenza per l’immediato e per il futuro: ambiente, lavoro, crescita delle disuguaglianze, diritti umani e giustizia, immigrazione, modello economico di sviluppo e di priorità nei consumi, difesa della pace, unione europea e alleanze internazionali, ecc. Ma è doloroso accorgersi che su tutto questo nelle principali forze politiche  di opposizione, non meno che in quelle al governo, regnano ambiguità e mancanza di idee. Oppure…

Oppure, a giudicare dal consenso che continua ad accompagnare la coppia “scoppiata” di Lega e Cinque Stelle, potrebbe essere questo che gli italiani si attendono dalle forze politiche, a dispetto del clamore giornalistico con cui si rileva il contrasto fra loro: arrangiatevi, se siete in grado di mettere insieme una maggioranza coerente bene, altrimenti mettetevi pure d’accordo con i vostri avversari politici sulle cose da fare. Accontenterete un po’ noi  e un po’ chi vorrebbe il contrario di quanto ci avete promesso, ma farete almeno in parte le cose per cui vi abbiamo votati. Diciamo la verità, è difficile trovare oggi tra gli elettori, soprattutto tra i giovani, gli appassionati per le “logiche identitarie” che tanto dividono i militanti della sinistra. “Recuperare le periferie” significa poco se si è incapaci di tradurre un progetto ideale in soluzioni concrete per i problemi quotidiani di chi le abita. I manifesti servono a proporre la coerenza degli ideali, la politica a realizzarli concretamente giorno per giorno a tutti i livelli della società. Non è un problema di comunicazione, ma di attenzione generosa e di impegno.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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