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Se gli iraniani chiudono lo Stretto di Hormuz

In troppi danno ancora un’occhiata distratta o quasi annoiata ai focolai di guerra nel Medio Oriente, dal pugno di ferro di Netanyahu sui territori occupati e in via di annessione alla tensione sempre più minacciosa tra Iran e Arabia Saudita, dalle prepotenze turche sui Curdi al riaffacciarsi di tensioni pseudo religiose in Libano fino alla selvaggia guerra civile in Libia. Da quando abbiamo cominciato a ripeterci che siamo seduti su una polveriera molti hanno finito per dimenticarsene e qualcuno pare che ci si trovi comodo. Occhio, scrive Orteca per Remocontro, a sottovalutare l’agitarsi scomposto di Trump con la nostra politica estera di “galleggiamento”. A rischiare di pagarne le conseguenze siamo anche noi italiani. (nandocan)

***di Piero Orteca, 6 maggio 2019* – Occhio, perché nella lunghissima diatriba tra Stati Uniti, Iran e Israele (con quasi tutto l’arcipelago sunnita del Golfo Persico) chi rischia di pagare siamo anche noi: l’Italietta, nazione caratterizzata da una politica estera “di galleggiamento”, come certe sostanze innominabili. Che succede? Semplice. Donald Trump, per la serie “ora ve ne combino di tutti i colori”, ha deciso di dare libero sfogo alle sue foie anti-ayatollah e ha fatto entrare in vigore il divieto di commercializzare petrolio con Teheran. Sanzione che, in prima battuta, aveva temporaneamente esentato otto nazioni. Tra cui, appunto, l’Italia.

Senza avventurarci in analisi sulle nostre strutturali debolezze energetiche, che ci porterebbero lontano, vogliamo focalizzare l’attenzione solo sul vero scenario da incubo, che potrebbe scaturire dall’agitarsi scomposto (e pericoloso) dell’inquilino della Casa Bianca: il blocco dello Stretto di Hormuz. Non bisogna essere specialisti in geo-strategia per capire come mai, in queste ore, i tre quarti degli analisti (e dei politici) di mezzo mondo abbiano le mani ai capelli. Se gli iraniani dovessero arrivare a tentare di chiudere Hormuz, da dove passa almeno un terzo del greggio planetario, ce ne accorgeremmo rovinosamente tutti. L’indomani.

Perché i prezzi, non solo quello della benzina, comincerebbero a lievitare. Prima di esplodere in poche settimane. E siccome le catastrofi, nel caso specifico, non arrivano mai senza annuncio, ecco cosa dice il “bollettino per i naviganti” in partenza dalla plancia di comando della teocrazia sciita: il capo di Stato maggiore, generale Mohammed Bagheri, ha lanciato una minaccia non tanto di sguincio. Se il petrolio iraniano non potrà più essere venduto, allora da Hormuz non passerà più nessuno. A ruota è stato un florilegio di imprecazioni “diplomatiche” e di feroci promesse, di altrettanto feroci vendette.

Nel “dibattito” all’arma bianca, sono intervenuti, nell’ordine, la Guida suprema Alì Khamenei, il Presidente Hassan Rohuani, il Ministro degli Esteri Javad Zarif e il comandante della Marina “pasdaran”, Alireza Tangsiri. Fuoco di paglia? Calma. E gesso. Perché per chiudere Hormuz col catenaccio non ci vuole certo Napoleone e manco l’ammiraglio Nelson. No. Bastano un buon numero di mine magnetiche prodotte a prezzi da supermercato per strangolare tre quarti del pianeta. A cominciare dall’Occidente. Secondo gli specialisti di “warfare” sarebbe sufficiente anche un singolo attacco contro un’inerme petroliera, per fare zompare il prezzo del greggio oltre i 100 dollari in un’ora. E non sapremmo cosa ci riserverebbero i mercati l’indomani.

Le altre novelle che arrivano da Teheran, poi, non promettono nulla di buono. Anzi. Khamenei ha sostituito il capo delle Guardie rivoluzionarie con un “falco”, il Brigadier Generale Hossein Salami. Un “duro”, modi spicci e mani che gli prudono. Secondo i servizi segreti “bene informati” a Salami è stato dato un incarico preciso: preparare il terreno per far pentire dei loro peccati Trump, sauditi, israeliani e tutto il resto della compagnia rabbiosamente anti-sciita. E gli altri? Come al solito. Vasi di coccio in mezzo alle brocche di ferro. Intanto, le Cancellerie sono in preallarme. Il cosiddetto “contrabbando di Stato” già esiste.

Ma le quantità di greggio che Russia, China, Turchia, Indonesia, Malesia e, soprattutto, l’Europa Occidentale, riescono a sgraffignare, sottraendole alla tagliola delle sanzioni americane, sono insufficienti. Tra l’altro, gli 007 occidentali temono anche una ripresa in grande stile del terrorismo di marca sciita, che negli ultimi 25 anni era praticamente quasi scomparso dal teatro internazionale. Insomma, se a qualcuno scappa di mano il bandolo della matassa, la situazione potrebbe rapidamente precipitare, rinfocolando crisi catastrofiche che ancora covano sotto la cenere (come appunto il mortale confronto tra Arabia Saudita e Iran) e aprendo il vaso di Pandora degli scannamenti nel vicino Libano.

*da Remocontro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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