Venezuela, tra liberazione o golpe chi cerca la guerra civile

Di liberazione parla Guaidò, sostenuto come è noto da Stati Uniti e Unione europea oltre che dal Brasile. Di golpe il presidente Maduro, sostenuto dalla Russia. Tra la popolazione divisa non manca chi invita al buon senso, come il sociologo Claudio Fermin, figura rispettatissima dell’opposizione socialdemocratica – ci informa l’amico e collega Livio Zanotti dall’America latina – che dichiara: “Se davvero Maduro e Guaidò avessero a cuore i venezuelani, dovrebbero indire d’intesa il Referendum Consultivo previsto dalla costituzione e lasciare che a esprimersi sia la democrazia” (nandocan)

***di Ennio Remondino, 1 maggio 2019 – Venezuela, tra liberazione o golpe chi cerca la guerra civile
Difficile capire persino cosa stia realmente accadendo. Le parole giornalistiche nei Tg usate troppo spesso come striscioni allo stadio, da tifoserie ultras. Proviamo a riassumere centellinando anche le parole. Ricompare Guaidó, autoproclamato presidente alternativo a Maduro, e chiama il popolo a sostenere una presunta rivolta militare. Per Maduro, «Stiamo sventando un golpe di un piccolo gruppo d’estrema destra e di ex militari». C’è o non c’è il sollevamento militare? Da quanto leggiamo sulle principali agenzia internazionali scritte tutte in anglo-americano, l’esercito ribelle che in altre circostanze si chiama colpo di stato, non si vede. Le piazze organizzate delle tifoserie pro o contro Maduro si fronteggiano, la polizia in qualche caso picchia un po’ duro, ma evita il massacro temuto. Più duri, spesso cattivi, i ‘tifosi’ esteri che dichiarano, mentre alcuni giocano platealmente sporco.

‘Pronunciamento militare’ od operazione mediatica?

Sappiamo che l’azione (senza nome) iniziata ieri mattina, quando Guaidó è apparso in un video diffuso via Social, circondato da militari armati, per incitare alla rivolta militare. Accanto a lui il leader dell’opposizione Leopoldo López, sfuggito agli arresti domiciliari. La rivolta (questa ci appare per ora la definizione più neutrale), a cui ha preso parte un numero limitato ma ancora indefinito di militari, è andata in scena al distributore Altamira, uno svincolo di accesso alla città vicino alla base La Carlota, che un gruppo di oppositori ha cercato invano di occupare.
Ma a quanto sembra, i comandanti di tutte le aree territoriali del Paese «hanno espresso la loro totale lealtà nei confronti del popolo, della Costituzione e della patria», ha subito assicurato il presidente Maduro. ‘Bugia compro bugia vendo’, ma anche la stampa più tifosa per Guaidó i militari liberatori li sta ancora aspettando.

«Operazione libertà» «Operazione anestesia»

Il ministro della Difesa e comandante in capo della ‘Forza armata nazionale bolivariana’, Vladimir Padrino López (già schierato nel nome) dichiara che «tutte le unità militari dispiegate nelle otto regioni strategiche del paese riportano una situazione di normalità nelle basi militari e nelle caserme, sotto la guida dei rispettivi comandanti naturali». Difficile oggettivamente credere che un’azione così circoscritta potesse davvero mirare al rovesciamento di Maduro. Pensiero malvagio, salvo sperare in qualche reazione esagerata da parte del governo, tale da giustificare un intervento militare straniero. Altra ipotesi, questa più politica, che a tre mesi dall’autoproclamazione a presidente, Guaidó e creatori attorno, abbiano ritenuto di dover dare un segnale di attivismo politico. A conferma della ipotesi, la stessa dichiarazione dell’accanito tifoso Usa, il senatore Marco Rubio, che ha esortato la popolazione alla rivolta: «Non lasciartela scappare. Potrebbe non essercene un’altra».

Maduro: ‘scaramuccia golpista’, Guaidò: ‘nuovo giorno di protesta’

Juan Guaidò, notizia Ansa di stamane, riprende Rubio e insiste, «fase definitiva della Operazione libertà». In un video attraverso Youtube, Guaidò si giustifica: «Sapevamo che l’inizio non sarebbe stato facile, ma abbiamo dimostrato che ci sono soldati disposti a difendere la Costituzione». Tutto da verificare. Ancora, «Avevamo informazioni certe, ha aggiunto, che ‘l’Usurpatore’ aveva tutto pronto per andarsene, e che sono state forze straniere che lo hanno obbligato a restare. Oggi non ha fatto altro che nascondersi». Versione Maduro, che parla di ‘scaramuccia golpista’: «Voglio congratularmi con voi Forze armate per l’atteggiamento fermo, leale, valoroso e di enorme saggezza con cui avete condotto alla soluzione e alla sconfitta del piccolo gruppo che pretendeva di riempire il Paese di violenza con una scaramuccia golpista». Anche Maduro in video, ma con i vertici militari da tutti corteggiati e contesi.

E se il sostegno militare a Guaidò fosse esterno?

Agenzia di stampa ‘Reuters’, articolo firmato da Aram Roston e Matt Spetalnick, lancia la minaccia Erik Prince, il fondatore della controversa compagnia di sicurezza privata di mercenari. Secondo la stampa la società Blackwater (ora Academi) starebbe lavorando a un piano per schierare un esercito privato in Venezuela in supporto dell’autoproclamato presidente Guaidò. Gli informatori avrebbero riferito che negli ultimi mesi Prince avrebbe cercato investimenti e supporto politico per questa operazione in sudamerica. E l’idea avrebbe importanti sponsor, tra cui molti sostenitori del presidente Trump ed influenti venezuelani in esilio. La cifra necessaria per il blitz, 40 milioni di dollari, e militarmente un contingente di 5mila mercenari. L’esercito della Blackwater verrebbe reclutato tra contractor peruviani, ecuadoriani, boliviani e spagnoli. Ma, necessario, secondo Prince «creare un evento dinamico per rompere le stallo politico nel Paese».

«Evento dinamico» o vecchia guerra civile?

Non golpe ma spinta all’insurrezione, commenta Alberto Negri sul Manifesto, col Venezuela sull’orlo della guerra civile dentro a una società che «nella narrativa corrente si vuole compatta dietro l’opposizione e contro il presidente Maduro ma che in realtà è assai più frammentata e complessa». Altro equivoco informativo e storico: «Il Venezuela non è fallito con Maduro e tanto meno con Chavez, ma molto prima, quando ancora sembrava lo stato più ricco e promettente dell’America Latina». Venezuela con le maggiori riserve petrolifere del mondo, un governo incapace ma strangolato dalle sanzioni Usa, passato da una produzione di oltre tre milioni di barili nel 2012 a poco più di un milione con le quotazioni del greggio precipitate. «Il petrolio in Venezuela ha alimentato la visione di uno “Stato Magico”, dove bastava mettere le mani sulla rendita per cambiare le cose».

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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