La vecchia storia del “partito nuovo”

Roma, 29 aprile 2019 – “Quando un partito di sinistra fa il partito di massa e incrocia un movimento di protesta, il movimento di protesta si sfalda”. Così Massimo Cacciari questa mattina sulla Repubblica, intervistato da Goffredo de Marchis  per un commento sull’esito del voto politico in Spagna. Ovviamente vi si parla del PD. “Se vuoi rappresentare i voti del disagio crei una sinistra organizzata e di governo e la smetti di incarnare le ragioni delle élite – aggiunge il professore – Perché se rifai il partito di azione prenderai i voti del Partito d’Azione, cioè zero voti. Ci vuole una sinistra di massa”. Naturalmente sono d’accordo. Il movimento rappresenta la fase adolescenziale della risposta popolare. Il partito, con il suo ordinamento democratico e il radicamento nel territorio, interpreta la maturità della sua fase adulta. Poi capita, come è avvenuto nella sinistra italiana e non solo italiana, che l’aspettativa popolare venga prevaricata o addirittura tradita da una “casta” di politici preoccupata solo di conservare potere e privilegi. E che il popolo, allora, si rivolga altrove.

Tuttavia Massimo Cacciari sembra aspettarsi ancora dal Pd quello che il Pd non può dare, perché neanche la buona volontà di Zingaretti può far sì che il partito, con una maggioranza dei parlamentari renziana e un uomo della Confindustria come Calenda a guidare oggi la campagna delle Europee,  smetta di comportarsi come una forza politica moderata. Il partito di massa che sogna Cacciari potrebbe solo nascere da un “soggetto nuovo” della sinistra, capace di recuperare e rappresentare i milioni di elettori che negli ultimi anni sono rifluiti, più o meno convintamente, nell’elettorato dei Cinque Stelle o si sono rifugiati nell’astensione. E’ il  compito, tutt’altro che facile, che avrebbero potuto tentare gli scissionisti e le altre forze minori della sinistra se fossero stati capaci di superare non tanto il loro radicalismo, che non mi pare oggi il peggior difetto rimproverato dai cittadini,  quanto l’astrattezza ideologica e soprattutto i personalismi e le meschine gelosie di potere che condannano sempre all’irrilevanza  nella competizione politica. Perché, diciamolo, un impegno serio per l’unità, magari con la scusa del sistema elettorale, non si è ancora visto. C’è ancora il tempo di rimediare?

Della necessità di un nuovo soggetto politico non si è cominciato a parlare allo sfortunato e affollatissimo incontro guidato da Tomaso Montanari e Anna Falcone al teatro Brancaccio di Roma, il 21 giugno del 2017. Cinque anni prima, nell’aprile del 2012, lo storico Paul Ginzborg, del quale abbiamo ricordato pochi giorni fa l’elezione alla presidenza dell’associazione “Libertà e Giustizia”, aveva riunito al PalaMandela di Firenze  un migliaio di cittadini per la prima assemblea nazionale ispirata al “manifesto per un’altra politica nelle forme e nelle passioni”, firmato anche da noti esponenti della cultura di sinistra come Stefano Rodotà e Luciano Gallino. L’assemblea aveva anche scelto il nome del nuovo soggetto: ALBA, acronimo di Alleanza per Lavoro Beni comuni e Ambiente.

“Da anni chiediamo ai partiti di autoriformarsi”, aveva spiegato  il professor Ginsborg in quella occasione. “Abbiamo organizzato manifestazioni, dibattiti, girotondi, appelli ma niente di quello che abbiamo detto è stato ascoltato. E allora tocca a noi scendere in campo, portando idee e proposte con l’obiettivo di unire la sinistra e allo stesso tempo stimolarla a rimettere al centro dell’attenzione le regole della democrazia e i temi del lavoro e della tutela dei diritti. Il Pd non ci teme, siamo troppo piccoli. Mi ha chiamato un dirigente per chiedermi se facciamo sul serio. Certo che facciamo sul serio, siamo molto motivati e anche arrabbiati per quello che sta accadendo in Italia. Ma la nostra parola guida è mitezza: la forza degli argomenti e del ragionamento deve prevalere sempre nella discussione politica”.

Nell’inviare la mia adesione al manifesto, l’accompagnai con un commento pubblicato su “nandocan magazine” proprio sette anni fa, il 29 aprile 2012.

Quella “partecipazione dal basso sempre più formata politicamente” che il manifesto giustamente auspica è davvero compatibile con il tempo libero a disposizione della stragrande maggioranza degli italiani? Per la “democrazia delle chiacchiere” forse sì, ma per un’azione politica efficace, capace di competere con i professionisti organizzati nella casta, temo di no. Non tanto sul piano della preparazione, che anche nel palazzo è spesso carente, ma su quello della determinazione. Il muro di gomma vince perché è più organizzato e determinato. “La passione, la trasparenza e l’altruismo” bastano a fondare un movimento…Il problema è come passare dalla protesta e dall’azione dimostrativa a iniziative capaci di orientare e determinare le scelte politiche in sede istituzionale. Queste richiedono una presenza e un impegno costanti che solo il professionismo è stato finora in grado di assicurare”. 

Sette anni e sembra un secolo ma siamo ancora a quel bivio, per il quale Fabrizio Barca indicava, inascoltato purtroppo, una soluzione concreta. Anche Rosa Bindi chiedeva un partito “democratico davvero”, ma i capi corrente continuavano a non mollare la presa. Pierluigi Bersani era ancora il segretario. Alla Leopolda, Renzi parlava di rottamazione ma non era ancora arrivato a far danni. ALBA, come è noto, ebbe vita breve. A quando la prossima?

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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