La Valle: l’agonia di Notre Dame è stata la vera veglia di Pasqua

Mentre speriamo tutti che il rogo di Notre Dame a Parigi non sia una morte definitiva, la fede del mio grande amico Raniero prende ancora una volta a prestito il linguaggio  dei profeti per evocare “una lettura messianica della crisi” e dire quello che anche un laico non credente può sempre facilmente tradurre nel linguaggio della ragione (nandocan)

***di Raniero La Valle, 16 aprile 2019* – Vegliare e assumere la sofferenza dell’altro.

La popolazione di Parigi ha vegliato la lunga agonia della cattedrale di Notre Dame che precipitava nella morte, è stata la vera veglia di Pasqua. Così dovremmo tutti vegliare Parigi, l’Europa, il mondo, perché non entrino in agonia, perché non siano provati col fuoco a causa delle nostre distrazioni, a causa delle nostre politiche assassine, a causa degli effetti collaterali dell’odio che abbiamo seminato a piene mani sulla terra.
Ciò ci riporta alla nostra assemblea di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” che il 6 aprile scorso a Roma ha cercato di ascoltare il grido dei popoli impauriti del futuro. Non è possibile trarre già ora delle conclusioni da tale assemblea. “Conclusioni” si potrebbero trarre, come è stato detto alla fine dei lavori, se fossimo in grado di dare una risposta alla vita devastata di Stella, la ragazza nigeriana la cui tragedia è piombata tra di noi nel racconto dei “casi concreti” di cui i giudici ci hanno parlato: violentata, mutilata, come è stata, tacitata fin dai suoi tredici anni, triturata negli ingranaggi del sistema che noi stessi abbiamo creato e difendiamo con accanimento per mare e per terra. Potremmo trarre “conclusioni” se fossimo in grado di fondare un’alternativa per tutte le Stelle che non avranno né pace né sorte se non ci convertiamo, se non cambiamo dalle sue fondamenta questo nostro governo del mondo.

Però in quell’assemblea abbiamo fatto una cosa rara, se non unica in questi tempi di domande inevase; abbiamo evocato e avviato una lettura messianica della crisi, e ne abbiamo tratto una lezione, analoga ci sembra a quella proclamata nella bufera da papa Francesco; e la lezione, espressa da Giuseppe Ruggieri, è quella di portare la sofferenza umana dentro Dio stesso, che patisce e muore nel crocefisso, e di riconoscere nella sofferenza lo strato più profondo dell’umano, che richiede una solidarietà assoluta, senza condizioni. A questo siamo chiamati, quando non c’è un’uscita puramente politica dalla crisi, né essa sta in qualsiasi ideologia religiosa, dottrina sociale o partito cattolico, ma sta primariamente nell’assumere la sofferenza dell’altro e da questo dolore farsi dettare la prassi adeguata a un processo di liberazione e di salvezza. Questa è per l’appunto la “Chiesa ospedale da campo” ripensata da papa Francesco, preannunciata dal Concilio del Novecento, osteggiata dalle Curie prigioniere del passato.
Tradotto nella sfera pubblica ciò significa, secondo la proposta folgorante formulata da Luigi Ferrajoli , fare del popolo dei migranti il popolo costituente e del diritto di emigrare il potere costituente di un nuovo ordine mondiale, basato sull’effettiva uguaglianza di tutti gli esseri umani. Anzi occorre procedere oltre su questa strada, fare dell’intera famiglia umana il soggetto costituente del nuovo ordine mondiale, e fare di tutti i diritti negati, non solo del diritto di migrare, il potere costituente di una nuova comunità internazionale di diritto di giustizia e di pace.
Sarebbe questa comunità umana universale, costituita in comunità politica, ministeriale e profetica, a raccogliere l’eredità delle promesse messianiche, sarebbe questo”il messia che rimane” come il misterioso “discepolo che rimane” di cui Gesù ha detto a Pietro, nell’ultima pagina del vangelo di Giovanni: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te?”.
E se è stato detto che ormai “solo un Dio ci può salvare” è pur vero che c’è un Dio salvato dall’uomo, un Dio che deve molto all’umano, perché se non avesse creato e non fosse entrato nella carne dell’uomo, spogliando se stesso e facendosi simile agli uomini, sarebbe stato un Dio per nessuno, sarebbe stato un Dio della legge, non dell’amore, sarebbe stato un Dio senza storia.
Ed ora è solo l’uomo che può salvare Dio nel mondo, anche nel “mondo senza Dio” tracimante negli incubi dell’ex papa Ratzinger; è l’uomo che può salvare Dio dalla cattura degli idoli, liberandolo dai fraintendimenti e dalle false rappresentazioni che si fanno di Lui, dal “carico di errate preghiere”, come cantava David Maria Turoldo, dalla violenza esercitata in suo nome, e da tutti i Costantino che su di lui pretendono fondare il loro trono.

*da chiesadituttichiesadeipoveri.it, il grassetto è di nandocan

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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