Con la benedizione del voto e di Trump, Netanyahu attacca in Siria installazioni iraniane

Contro la minacciata annessione di una parte dei territori occupati da parte di Israele con l’appoggio di Trump e la corriva tolleranza, pare di capire, di Putin, 37 ex primi ministri, ministri ed ex funzionari dell’Unione europea hanno indirizzato una lettera-appello all’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, in cui l’Europa è sollecitata ad agire per la riaffermazione di una politica attiva di pace che “non può prescindere – scrivono – dalla creazione di uno Stato palestinese accanto a quello israeliano, secondo confini basati sulle frontiere precedenti alla guerra del 1967, con scambi di territorio reciprocamente concordati, di minima entità e paritari; dal ruolo di Gerusalemme come capitale di entrambi gli Stati; da meccanismi di sicurezza che affrontino le preoccupazioni legittime e rispettino la sovranità di ognuna delle due parti; e da una soluzione equa e concordata al problema dei profughi palestinesi. L’Europa deve rigettare qualsiasi piano che non rispetti questi parametri”(nandocan)

***di Piero Orteca, 15 aprile 2019* – Bombardamenti col silenziatore
Le notizie arrivano dalla Siria alla spicciolata, perché nessuno sembra avere interesse ad alzare troppa polvere. Gli israeliani hanno colpito, l’altra mattina, alcune installazioni iraniane nei pressi di Masyaf, nella regione di Hama. I caccia-bombardieri con la Stella di David hanno lanciato i loro missili dallo spazio aereo libanese, come riporta la Sana, l’agenzia di stampa di Damasco. Tra gli altri obiettivi, sarebbe stato centrato un capannone dove i tecnici di Teheran sviluppano l’upgrading (miglioramento) dei razzi che Hezbollah punta contro il Golan. Ci sarebbero morti e feriti. Ma la vera notizia, che conferma le indiscrezioni da noi pubblicate nei giorni scorsi a proposito della vittoria elettorale di Netanyahu, è che il triangolo Washington-Gerusalemme-Mosca per ora funziona davvero. Anche se con qualche mal di pancia, come quello del Ministro della Difesa russo, Shoigu.

‘Ombrello’ russo?
Dal canto loro, gli ayatollah sono furiosi con Putin, perché il cosiddetto “ombrello protettivo” antiaereo non è scattato. In sostanza, i micidiali S-300 ed S-400 del Cremlino, che avrebbero dovuto rispondere allo strike dei jet israeliani, sono rimasti congelati nei loro tubi di lancio. Scelta che è in linea con il rinnovato quadro strategico della regione: la fine della guerra in Siria e la spartizione del Medio Oriente in zone d’influenza, prevedono un grande ritorno sulla scena di Mosca. La quale, però, dovrà osservare alcune regole di comportamento concordate con Trump e con Netanyahu (nella sua recente visita al Cremlino del 4 aprile scorso). A chi sembrava strano il fatto che Putin avesse in pratica parzialmente “mollato” gli sciiti iraniani, avevamo ricordato che il leader russo “non ha né amici e né nemici, ma solo interessi”. Verissimo.

Tra Russia e Iran
Putin è pronto a comprare (e a vendersi) amici, nemici, parenti e vicini di casa pur di raggiungere il suo vero scopo strategico: sedersi a tavola (magari a “capotavola”) davanti al desco imbandito del Medio Oriente. Porta scorrevole di accesso ai “mari caldi”, da sempre agognati dall’orso ex sovietico. E cioè Mediterraneo, Mar Rosso, Golfo Persico e, in cauda venenum, Oceano Indiano. L’Iran, dunque, non è un fine, ma è un “mezzo”. E come tale va trattato, frenandolo o infoiandolo a proprio uso e consumo. In tal modo la guerra mondiale parallela tra sunniti e sciiti, scatenata dalle cosiddette Primavere arabe, può essere un’ulteriore opportunità tattica da far valere nel grande quadro geostrategico che si va delineando a livello globale. Insomma, Putin è pronto a pareggiare o persino a perdere qualche partita, pur di vincere il campionato.

‘Trumplomacy’
E qui torniamo a quella che “The Bible” (la “Bibbia”, come viene inteso da molti analisti l’Economist) definisce “Trumplomacy”, cioè la linea diplomatica della Casa Bianca per il Medio Oriente che verrà. Innanzitutto il “timing”. Il Segretario di Stato Mike Pompeo è comparso quattro volte davanti alle speciali Commissioni del Congresso, ma non si è fatto sfuggire granché. In molti ritengono che il draft del piano di pace verrà esposto prima dell’estate. Una cosa è sicura: Trump non vuole una soluzione “a due Stati”, mentre potrebbe anche appoggiare la possibile annessione di parte della West Bank (Cisgiordania), evocata da Netanyahu per motivi che sembravano solo elettoralistici. Il deciso spostamento a destra della politica Usa in Medio Oriente potrebbe avere serie ripercussioni sui fragili equilibri di non belligeranza, dicono le stesse organizzazioni ebraiche americane dell’area “liberal”.

Diritti in vendita?
Ma cosa offre Trump ai palestinesi in cambio del nodoso bastone fin qui agitato? Beh, diciamo che fa loro intravedere la carota dei dollari. Anzi, l’offa dei petrodollari, sauditi e degli emiri del Golfo, ai quali la Casa Bianca aggiungerebbe qualche altro gruzzoletto. E così, con le pance piene e un po’ di autonomia (sulla carta) i palestinesi dovrebbero finirla di piantare grane. Almeno così la pensa l’energumeno dello Studio Ovale. Basterà? A noi sembra solo una pia illusione. E pure a Putin, che intanto osserva sornione e sorride di sguincio.

*da Remocontro, URL: https://wp.me/p403Qg-eP5, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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